Stati Uniti, naufrago alla deriva per 66 giorni

Louis Jordan è appena stato tratto in salvo da un elicottero della Guardia costiera

 

 

di Pierangelo Sapegno

 

Louis Jordan non è riuscito neanche a dire grazie. Ha detto: «Ho pregato tutti i giorni». Stava seduto in mezzo al mare sullo scafo rovesciato della sua imbarcazione a vela di circa 10 metri, l’Angel, che aveva fatto restaurare poco prima di prendere il largo dal porto turistico di Conway, North Carolina, il 23 gennaio, per una battuta di pesca. Quando l’hanno trovato fissava il vuoto con la barba lunga e gli occhi bruciati dal sole, tenendosi la spalla rotta, appena sospinto dalle onde lente del mare infinito, a circa 220 miglia a Est di Cape Hatteras. Era da quella sera del 23 gennaio che si erano perse le sue tracce, quando una tempesta di vento gli aveva spezzato l’albero maestro.

Ricerche interrotte
Le ricerche si erano interrotte il 28 febbraio. Nessuno sperava ancora di ritrovarlo vivo, nemmeno sua mamma, Norma Davis, che è scoppiata a piangere davanti alla tv: «Questo per noi è un miracolo», ha detto. È dai tempi di Ulisse che il mare racconta i miracoli dell’uomo e la sua solitudine, lontano da tutte le rive della terraferma. Louis Jordan ha raccontato che è successo tutto mentre dormiva, nella prima notte di viaggio: «La barca si è capovolta ed è volato tutto in aria, mentre io mi sono rotto la clavicola in mezzo a quelle capriole. È andato distrutto tutto, la mia attrezzatura, i miei dispositivi Gps, anche la mia stufa, tutto che rotolava e saltava assieme a me. Si è salvata solo la Bibbia. L’ho letta tutti i giorni. E ho continuato a pregare».

Per sopravvivere raccoglieva l’acqua piovana e mangiava pesce crudo che prendeva intrecciando i suoi abiti da usare al posto della rete. Sognava solo di mangiare un gelato. Ma come in tutte le grandi storie di letteratura che hanno raccontato questa battaglia dell’uomo sperduto negli oceani, da Ernest Hemingway e Jack London, a Joseph Conrad e Herman Melville, anche Louis Jordan ha dovuto superare la disperata solitudine di un tempo paralello e i suoi misteri. «Ero convinto fossero passati 100 giorni», ha detto. Sono stati 66, ma da più di 30 lui era considerato ormai perduto da tutti. Raymundo Rodriguez Noyola, pescatore di Acapulco, era sopravvissuto affrontando il mare su una scatola di polistirolo dopo il naufragio della sua barca, e quando l’avevano trovato dopo 8 giorni, aveva confessato che in fondo lui si sentiva già morto: «Sono andato avanti mangiando ogni mattina un pezzo del gabbiano che era venuto a posarsi su questa scatola dove io stavo abbarbicato. È stato lui la mia fortuna».

 

 

Louis Jordan

 

 

Eroica solitudine
Da Steve Callahan, che ha scritto un libro sui suoi 76 giorni vissuti da solo in mezzo al mare, a Robert Redford che ha interpretato questa eroica solitudine in All is Lost, tutti alla fine devono fare i conti con il grande mistero della sopravvivenza, con il suo destino segreto. E forse, José Salvador Alvarenga, quei conti non li chiuderà mai. Lui è scomparso nel mare per 116 giorni, nessuno mai è rimasto così tanto tempo sperduto fra le onde. José era partito per una battuta di caccia agli squali dalle coste messicane del Chiapas, in compagnia di un ragazzino, Ezequiel Cordova, che nessuno ha mai saputo quanti anni avesse, se 22 o 16, come diceva Alvarenga.

Ezequiel è morto dopo un mese, «perché non ce la faceva a mangiare gli uccelli crudi», ha spiegato José Salvador agli inquirenti. Lui invece si nutriva di quelli e dei pesci che catturava con le mani nude e delle tartarughe che i soccorritori trovarono nella barca. Beveva il sangue degli animali, l’acqua piovana e la sua stessa urina. Due marinai americani, che fecero naufragio nel 1982, impazzirono dopo essersi dissetati con l’acqua di mare e furono divorati dagli squali mentre tentavano di raggiungere terra a nuoto.

Il mistero di Ezequiel
José Salvador fu trovato vicino a un atollo corallino delle isole Marshall, nel Pacifico, lontanissimo da dov’era sparito. Aveva le gambe secchissime e il volto gonfio e la pancia grossa. Nel Chiapas lo chiamavano La Chancha, il maiale, per via della sua stazza. Ma quando recuperano un naufrago di solito ha la pelle avvizzita ed è molto più rinsecchito. Qualcuno mise in dubbio il suo racconto e la storia di Ezequiel. In realtà, José durante il giorno si nascondeva nella ghiacciaia della barca, per proteggersi dal sole. C’è molta più semplicità di quel che si crede nel destino di Louis Jordan e di quelli come lui. E poi come riusciremo noi mai a capire il mistero antico e fascinoso della sopravvivenza dalle nostre prigioni di cemento, così lontane dalla terra dell’uomo: il mare. (La Stampa, 4 aprile 2015)

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