Teheran, l’altra metà

 

 

di Masiar Pasquali

 

 

Sono metà toscano e metà iraniano (anche se a me piace dire persiano), nato e cresciuto a Follonica. La mia casa era un po’ diversa da quelle dei miei amici: all’ingresso c’era un antico samovar, nel corridoio un antico Corano illustrato e, in certi giorni, un forte odore di zafferano. Si parlavano due lingue in casa: quella senza «C» e il farsi. Mia madre ci ha sempre tenuto che imparassi la sua lingua, anche se del mio «altro Paese» si parlava poco in casa. Fino ai nove anni tutto era semplice, o quasi. Poi sono entrato nella cerchia dei figli dei divorziati.

Da quel momento ho iniziato a sentirmi diviso in due metà. Una era quella che le persone vicine conoscevano; l’altra era ferma, in attesa. Con quella metà ho sempre avuto difficoltà a relazionarmi. In parte perché il rapporto con mia madre si era incrinato, in parte perché avevo bisogno di dimenticare. Fortuna che c’era mio padre.

In un giorno qualunque della mia fine-adolescenza, ho trovato in una scatola una foto scattata l’ultima volta che ci siamo visti: lei e io, sorridenti, seduti a un tavolo con alcune persone che parlano sullo sfondo. Era caldo. Non lo ricordo, ma indossavo una maglietta a maniche corte. Lei era ben coperta, non avrebbe potuto fare altrimenti. Da quella volta non ci siamo mai più visti e non abbiamo quasi mai parlato. Ho girato la foto e c’era una scritta a penna: «Teheran, giugno 1998». La calligrafia era la sua.

Nel corso degli anni sono tornato più volte a guardare quella foto, che tenevo sempre sul fondo della scatola in cui l'avevo trovata.

 

 

I can't remember who took this photograph, we were in Tehran, It was June 1998. I had not seen my mother since that day.

 

 

La mia vita scorreva veloce: i travagliati anni delle superiori, la band scalcagnata con cui suonavo, gli amici, il rapporto difficile con l'altro sesso, l'immensa solitudine che solo Milano riesce a farti provare quando ti trasferisci, gli anni dell'università e dei primi lavori in teatro, la Scuola Paolo Grassi, e i tour con i grandi cantautori italiani.

Una mattina del 2010 squilla il telefono. Ero fermo a una stazione di servizio sulla A4 mentre tornavo da una tournée di Gianna Nannini. Rispondo. È lei. Con molta naturalezza mi chiede: «Come stai?». Non so che dire. Alla fine della conversazione mi sono sentito confuso. Era passato più di un anno dall'ultima volta che ci eravamo parlati, dodici dall'ultima che ci eravamo visti. Da quel momento le telefonate hanno cominciato a intensificarsi: ci sentivamo una volta ogni due o tre mesi. Poi è arrivato il momento in cui stato per trasferirmi a New York e cambiare vita. Sentivo la necessità di affrontare gli spettri del passato per aprire un nuovo capitolo. Avevo trent'anni, una foto di quindici anni prima e un vuoto da colmare. Avevo bisogno di riscoprire le mie radici, il mio passato e la famiglia che avevo lasciato là.

C'erano molte persone da rincontrare nuovamente prima di perderle: mia nonna, i miei zii, i miei cugini, e ovviamente lei. Mi sono fatto coraggio, l'ho chiamata e le ho detto: «Voglio tornare in Iran, voglio incontrarti». Silenzio. Un silenzio di tensione, imbarazzo, stupore. Pochi giorni dopo abbiamo deciso la data e sono andato al consolato per richiedere il visto. Era un giorno di aprile del 2013, nel giro di un mese sarei salito su un aereo che mii avrebbe riportato al 1998.

Sono passati due anni da quel viaggio, sono di nuovo a Milano a continuare la mia vita lontano da lei. Ho capito molte cose e, in parte, le ho acettate. Forse avevo bisogno di sentirle raccontare la sua storia guardandola negli occhi. Scattare qualche foto, a mia madre e al Paese, è stato un conforto per affrontare tutto questo, uno strumento per prendere le distanze quando ero immerso in quella situazione, un modo per riflettere una volta tornato perché la mia memoria fa spesso cilecca, e per me fotografare significa mantenere vivo un ricordo.

Vorrei avere un atteggiamento più adulto quando penso a tutto questo, ma in fondo quella metà è rimasta e sarà sempre adolescente. (La Lettura Corriere della Sera, domenica 22 novembre 2015)

 

 

Masiar Pasquali, autoritratto

 

 

Chi è l'autore

Masiar Pasquali nasce nel 1983 da padre italiano e madre iraniana. Cresce a Follonica, una cittadina di mare in Toscana. A diciotto anni si trasferisce per studiare e lavorare a Milano e poi a New York.

Sin da piccolo si dedica alla musica e al teatro. Durante gli anni dell'Università diventa assistente e in seguito responsabile dell’immagine coordinata del Festival dei Due Mondi di Spoleto. Conseguito il diploma alla Scuola Civica Paolo Grassi lavora per cinque anni come tour manager e assistente di produzione per i più importanti cantautori italiani. A ventisette anni, in uno dei molti tour, scopre la sua passione per la fotografia.

Inizia quindi la sua carriera di fotografo autodidatta. Comincia poi a lavorare come fotografo di scena per il Piccolo Teatro di Milano e per il cinema con Aldo, Giovanni e Giacomo. Si occupa anche di fotografia di cronaca, ritrattistica e reportage. Pubblica sui principali quotidiani e magazine italiani e stranieri. Collateralmente sviluppa progetti fotografici di ricerca che vengono esposti in mostre personali e collettive a Milano e New York.

Negli ultimi anni si interessa principalmente di storytelling che, dalla fotografia, lo sta portando a dedicarsi sempre di più al documentario di osservazione. Attualmente vive a Milano e sta lavorando al suo primo film.

 

 

The morning I left I shot this portrait. After fifteen years I understood who my mother truly is.

 

 

La mostra

Quarantatré anni separano i due racconti per immagini Iran 1970 di Gabriele Basilico e The other half di Masiar Pasquali, del 2013, presentati alla galleria Bel Vedere. Lo stesso Paese in due visioni e due storie molto diverse che insieme raccontano non solo il passare del tempo, ma anche due diversi usi dei linguaggi della fotografia. Dal viaggio «estivo» di un giovane e curioso Basilico a una sorta di diario di famiglia, intimo e personale, che caratterizza il lavoro di Pasquali.

Bel Vedere
via Santa Maria Valle 5 20123 Milano
tel + fax 02.6590879
www.belvederefoto.it

La mostra è aperta dal 27 novembre al 19 dicembre 2015 e dal 7 al 16 gennaio 2016
Da martedì a sabato, ore 15-19, ingresso libero

 
Fotogalleria

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