Ueli Steck, il velocista delle Alpi

Ueli Steck mentre si allena

 

 

Si arrampica, corre e pedala. Quest’estate aveva in programma la conquista di 80 vette delle Alpi, di oltre 4.000 metri, in 62 giorni. È finita che ne ha scalate 82. Un exploit che conferma la fama di speed climber del trentanovenne alpinista svizzero Ueli Steck.

L’11 agosto gli è successo però qualcosa che l’ha spiazzato. Si è perso. Forse la stanchezza, forse l’eccitazione per il traguardo vicino. In cammino, di notte, verso l’ottantaduesima e ultima vetta, la Barre des Écrins (4.102 metri), al bivio tra due ghiacciai ha imboccato la direzione sbagliata. «Fosse stato di giorno me ne sarei accorto. Sono andato in fondo alla valle e mi sono reso conto dell’errore solo due ore dopo». Raggiunta la cima, Ueli si è subito dimenticato del suo sbaglio. Da tempo non gli capitava di sentirsi così felice.

 

 

Ueli Steck in azione

 

Dopo la sua ascesa dell’Annapurna in ventotto ore e in assoluta solitaria, nell’ottobre 2013, era sprofondato nella depressione. Per mancanza di prove fotografiche, la sua impresa era stata accolta con sospetto dall’ambiente dell’alpinismo. Aveva confessato di aver preteso troppo da quel raid express. Lontano dalla pressione delle scalate himalayane, lo speed climber ha avuto tempo per riflettere prima di vedersela con una sfida alla sua portata, nel suo ambiente alpino. «Queste 82 vette costituiscono una traversata mitica che ogni alpinista sogna di compiere. La lista è favolosa: Cervino, Monte Bianco, la punta Whym­per delle Grandes Jorassess, Breithorn…». L’obiettivo: passare dall’una all’altra senza mezzi motorizzati, talvolta percorrendo i crinali, scendendo nella valle a piedi o con il parapendio.

L’odissea di Steck inizia l’11 giugno. «Mi ero preparato un itinerario alternativo, che escludeva le vie normali. È la difficoltà che mi interessa». Stavolta non punta sulla solitudine né sulla velocità. «Sono partito con il mio amico tedesco Michi Wohl­le­ben per il Pizzo Bernina, il picco più orientale delle Alpi svizzere, che raggruppano 52 cime delle 82 che ho scalato. Abbiamo impiegato quattro ore per salire, tranquillamente, il tempo di scattare qualche foto e chiacchierare. Arrivati lassù, abbiamo dovuto rivedere i nostri piani: impossibile decollare con il parapendio. Siamo ridiscesi di cento metri. È stato magico».

 

 

Martijn Seuren (1983-2015)

 

 

Sfortunatamente, il 23 giugno, Michi si ferisce seriamente mentre scende con il parapendio. Steck, indispettito, non vuole continuare da solo. Chiama alcuni vecchi compagni, che lo raggiungono. Poi riceve l’email di un alpinista olandese, Martjin Seuren (nella foto qui sopra). «Aveva scalato 81 vette, gli mancavano solo le Grandes Jorasses. Ho accettato che si unisse al gruppo». Il 22 luglio, Steck procede veloce. Raggiunge il Dente del Gigante mentre Martjin si dirige verso la Cresta di Rochefort. «È là che si è ucciso, a circa 3.900 metri di altitudine. L’ho saputo scendendo. È caduto da 300 metri in un crepaccio. Allora ho deciso di fare una pausa».

A inizio agosto, l’alpinista riprende da dove aveva lasciato dopo l’incidente, sul fianco del massiccio del Monte Bianco. «Di tutto il viaggio, è il versante sud del Monte Bianco che mi ha fatto maggiormente penare. La traversata delle Grandes Jorasses in solitaria mi ha impegnato per due ore e mezzo (due giorni per una cordata classica, ndr)». Su tutte le parti piatte, Ueli corre. In una sola giornata inanella 18 cime del massiccio del Monte Rosa. In nessun momento è fisicamente in riserva. Non fa niente che lo metta in pericolo. Nei collegamenti, inforca la bici, che pesa sei chili e nove. «Sono arrivato a fare tappe di 120 chilometri».

Poca roba rispetto al chilometraggio del suo periplo, durante il quale ha accumulato 119.756 metri in altitudine e 1.944,6 chilometri di tappe di collegamento, il tutto in 353 ore e 17 minuti. E questa volta nessuno ha avanzato dubbi sulla veridicità della sua performance.

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