Darwin, in principio era la scimmia

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di Ivano Sartori

Questa è la storia di un inglese con la barba lunga come Dio nel noto affresco michelangiolesco, ma imberbe quando s'imbarcò sul brigantino Beagle per un giro del mondo lungo cinque anni. Questa è la storia di un giovane che il padre considerava uno sfaccendato perché agli studi sui libri preferiva l'osservazione della natura passeggiando per la campagna. Questa è la storia di un attento osservatore del Creato che voleva farsi parroco ma finì per mettersi in contrasto con il Creatore. Questa è la storia di un esploratore che scoprì il paradiso terrestre. Ma non quello della Genesi. Per il suo c'eran voluti bel più dei canonici sei giorni più uno di riposo. Questa è la storia di Charles Darwin, nato il 12 febbraio 1809 e morto il 19 aprile 1882, che con il suo libro L'origine della specie, pubblicato nel 1859, ha messo a soqquadro il mondo dei saperi acquisiti rivoluzionando la biologia e intaccando geologia, medicina e scienze spaziali di là da venire.

Figlio di un medico di Shrewsbury, cittadina inglese non lontana dal confine con il Galles, da ragazzo Charles Darwin amava passeggiare da solo, raccogliendo insetti e nidi di uccello. Suo padre, un uomo del Settecento, lo rimproverava spesso: «Tu pensi soltanto ad andare a caccia, ai cani e ad acchiappare i topi. Sarai la rovina tua e di tutta la famiglia». A 16 anni fu spedito a studiare medicina all’università di Edimburgo. Non gli piacque. Non sopportava le levatacce, le lezioni nelle aule fredde, la vista del sangue e delle persone che soffrivano. Rivolse i suoi interessi alla storia naturale. Prendeva appunti mentre osservava la collezione di minerali nel museo del college. Vagabondava per intere giornate lungo le spiagge alla ricerca di piccole creature marine.

Al secondo anno, convinse suo padre a lasciarlo andare a studiare teologia a Cambridge. Voleva diventare parroco di campagna per continuare a coltivare i suoi interessi a contatto con la natura. A Cambridge, passava gran parte del suo tempo a raccogliere coleotteri nelle campagne, a frequentare lezioni di botanica e geologia. Cominciò a riflettere sulla teologia naturale, allora imperante. Una delle premesse di questa dottrina è che ogni essere vivente è stato creato da Dio separatamente l’uno dall’altro e, una volta messe al mondo, le specie sono fisse e immutabili. Chi la pensava così era detto «fissista». Quanto agli esseri umani, è vero che vivono nel mondo della natura ma non vi appartengono del tutto. Hanno un’anima immortale e un destino spirituale oltre la vita terrena. A 21 anni, quando gli fu chiaro che il suo avvenire non sarebbe stato quello dell’ecclesiastico, ma dell’uomo di scienza, Darwin ebbe l’opportunità di imbarcarsi sul Beagle, un brigantino con dieci cannoni al comando del capitano Robert FitzRoy incaricato dall’Ammiragliato di Sua Maestà a eseguire rilevazioni topografiche sulle coste del cono sud dell’America Latina.

Viaggio del Beagle

Ingaggiato come naturalista volontario senza paga, il giovane Charles si imbarcò a Plymouth il 27 dicembre 1831. La crociera, che avrebbe dovuto durare un paio d’anni, in realtà si prolungò a cinque. Darwin rimise piede in Inghilterra il 2 ottobre 1836. Quell’impresa si rivelò fruttifera fin dai primi giorni. A due settimane dalla partenza, il giovane appassionato di creature marine ebbe la sua prima intuizione. Capì che il plancton, raccolto con una rete di sua invenzione ed esaminato al microscopio, è alla base della catena alimentare della fauna oceanica. Raggiunta l’America del Sud, inanellò una sequela di vertiginose esperienze. Si inoltrò nella foresta tropicale brasiliana, s’indignò per gli orrori della schiavitù; scoprì i primi fossili di vertebrati in Patagonia, tra cui un megaterio, una sorta di orso grande quanto un elefante, un gliptodonte (armadillo gigantesco) e un cammello senza gobba; lo impressionò l’apparente mancanza di calore umano degli abitanti della Terra del Fuoco; lo disgustarono i maori della Nuova Zelanda; a Tahiti conobbe la regina Pomare e vide per la prima volta le barriere coralline; in Tasmania constatò il genocidio degli aborigeni.

In Argentina, si cibò senza saperlo della carne di uno struzzo in via di estinzione; nella pampa fu attaccato da cimici giganti che gli trasmisero probabilmente il morbo di Chagas. Potrebbe essere stata questa l’origine della malattia cronica di cui soffrì per il resto della vita e che si manifestava con febbri ricorrenti, nausea, vertigini, insonnia, debolezza, tremori e continui conati di vomito. Tra tutte le tappe del lungo viaggio quella alle Galapagos dal 15 settembre al 20 ottobre 1835 fu senz’altro la più istruttiva.

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Studiando le iguane, le tartarughe e i fringuelli di queste isole tagliate fuori dal resto del mondo ebbe le sue prime intuizioni sull’evoluzione degli esseri viventi. Annotò che l’arcipelago era «un piccolo mondo particolare nel quale, tanto nello spazio quanto nel tempo, ci sembra di essere in un certo modo vicini a quel grande fenomeno, il mistero dei misteri, che fu la prima comparsa di nuovi esseri su questa terra». Negli anni passati a bordo del Beagle, Darwin raccolse migliaia di esemplari e riempì centinaia di pagine con osservazioni di geologia e di zoologia. Formulò una teoria sul sollevamento del continente sudamericano e un’altra sulla formazione delle isole coralline. Tutte quelle esperienze e i reperti del mondo grande, raccontate nel libro Viaggio di un naturalista intorno al mondo (1839), saranno alla base delle sue teorie e dei suoi studi successivi svolti nel mondo piccolo di Downe, dove vivrà una quarantina d’anni dopo una breve parentesi a Londra. Di mezzo ci saranno vent'anni di studi, altre pubblicazioni fondamentali, e il matrimonio. Che Charles, a 29 anni, affrontò con metodo scientifico. Su un foglio di carta scrisse: «Questo è il problema». Poi lo divise in due colonne: in una, elencò gli svantaggi; nell’altra gli argomenti a favore. Nella prima, annotò: «Libertà di andare dove uno vuole, conversazione con persone intelligenti al club, non costretto a visitare parenti e a cedere su ogni inezia, avere spese e preoccupazioni per i figli, forse litigi, perdita di tempo…». Nella seconda: «Figli (a Dio piacendo), una compagna costante (e amica in tarda età) che si interesserà di una persona». Dopo aver soppesato i pro e i contro, concluse: «sposarsi, sposarsi, sposarsi».

Dallo scrivere al fare, il passo fu breve. Si ricordò di sua cugina Emma Wedgwood, figlia dell’erede della rinomata industria di ceramiche. Aveva un anno più di lui. Era stata sua compagna di giochi fin dall’infanzia. Vivace e attraente, corteggiata da molti pretendenti, si dedicava alla madre svanita di cervello. Si incontrarono. Dopo una visita e una lunga chiacchierata nella biblioteca, davanti al caminetto, decise che era fatta apposta per lui. Pure lei gradì la conversazione e contraccambiò il pensiero.

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Convolarono a nozze nel gennaio del 1839. Trovando Londra chiassosa e affumicata, nel 1842 traslocarono a Downe, un villaggio del Kent, attualmente compreso nella periferia sudorientale di Londra, ma all’epoca a due ore di carrozza dalla capitale. La casa, che oggi è un museo, si chiamava Down House. Fu qui che nacquero otto dei loro dieci figli, mentre a Londra avevano visto la luce solo Willy (1839) e Annie (1841), che morirà a dieci anni colmando Darwin di un dolore che si riverbererà anche sul suo pensiero, oltre che sulle sue convinzioni più intime circa la bontà del Creatore.

La casa, non grandissima e d’aspetto un po’ tetro, abbisognava di modifiche e ampliamenti. Darwin vi fece aggiungere un’ala in vista della figliolanza ventura (Emma gli scodellò altri otto cuccioli tra il 1843 e il 1856) e considerata la numerosa servitù. I domestici che gli avevano chiesto più spazio furono accontentati. Lui disponeva di un maggiordomo, un cameriere e due giardinieri. Sua moglie, di una cuoca, una sguattera, una lavandaia, una nurse per i bambini e una o due bambinaie. Il padrone di casa era amato e rispettato dai domestici. «Parlava sempre cortesemente con loro, usando l’espressione “Potrebbe avere la bontà?”», ha lasciato scritto suo figlio Francis. I coniugi Darwin non avevano il culto della casa. Permettevano che i bambini usassero i mobili, anche quelli nuovi e costosi, per i loro giochi. Sedie e credenze diventavano vagoni ferroviari e carrozze. Lo scienziato non mise mai un freno ai giochi chiassosi dei figli, né fuori né dentro casa. Costruì per loro uno scivolo lungo le scale. Anche Emma lo sperimentò.

Condividevano entrambi le idee pedagogiche di Rousseau: i bambini sono buoni per natura e devono imparare più dall’esperienza che dall’istruzione formale. Intanto, da scienziato acuto e sempre all’erta, li studiava. «I bambini provano un insolito piacere a nascondersi e a rintanarsi fra i cespugli quando altre persone sono lì intorno. È un comportamento analogo a quello dei porcellini che si nascondono, ed è un retaggio ereditario dello stato selvatico».

Down House si trova in un luogo appartato, circondata da valli, boschi e numerosi viottoli che s’intersecano disegnando un reticolo sulla campagna. Uno di essi, «il sentiero delle riflessioni» noto anche con il nome di Sentiero Sabbioso, sarà l’incubatrice delle riflessioni darwiniane. Lo scienziato lo percorreva cinque volte al giorno attorno a mezzodì. I suoi bambini che giocavano nelle vicine cave di gesso e tornavano a casa con i vestiti sporchi ma non per questo venivano sgridati, lo vedevano passeggiare assorto nei suoi pensieri. Qualche volta si fermava a giocare e chiacchierare con loro.

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George ricordava suo padre nei boschi, alle prime luci dell’alba, che «camminava molto lentamente, posando piano un piede per terra e poi indugiando prima di compiere il passo successivo». Diceva di avere preso l’abitudine nelle foreste tropicali del Brasile. In quel modo, poteva osservare molte cose interessanti sulla vita degli animali. Le passeggiate e l’osservazione scrupolosa di quanto gli accadeva intorno erano le sue principali occupazioni quotidiane. Poteva passare un’ora a osservare un formicaio. Un altro luogo che frequentava volentieri era la Riva delle Orchidee. Etty ricordava che suo padre aveva «una sorta di sacro rispetto» per quei fiori. Fu in questa specie di paradiso terrestre dove genitori e figli vivevano in pace, amati dagli amici e rispettati dai vicini, che crebbe a poco a poco e maturò il frutto della conoscenza.

Mentre i figli giocavano intorno a casa, Darwin trasformò in un saggio l’abbozzo sulla questione dell’evoluzione per selezione naturale alla quale aveva cominciato a pensare attorno al 1838. Lo terminò nel luglio del 1844, ma sarebbero passati altri 15 anni prima che lo pubblicasse. In quegli appunti era già arrivato alla conclusione che gli esseri umani fossero una specie animale come tutte le altre e che, come le altre specie, si fossero evoluti anch’essi naturalmente da antenati animali. Si rendeva conto che la sua rivoluzionaria teoria era una sfida al modo di pensare della sua epoca. Non aveva l’audacia di confessarla per non apparire eretico o eccentrico. Vagando, divagando e studiando stava cercando altre pezze giustificative e il coraggio di esibirle.

Darwin accompagnava le ricerche sul campo alle osservazioni al microscopio. Mentre la polvere si accumulava sul saggio che avrebbe rivoluzionato la storia delle origini dell’uomo, trascorse otto anni a studiare i cirripedi. I suoi figli credevano fosse normale che un papà trascorresse tanto tempo alla luce della finestra a sezionare questi minuscoli crostacei. Una volta, a casa di amici, chiesero dov’era che il capofamiglia «faceva i suoi cirripedi». Chino nel riquadro della finestra dello studio, tra il 1846 e il 1851 Darwin cercava di comprendere il modo in cui gli organismi si erano evoluti.

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Nella primavera del 1849, Charles ed Emma annunciarono ai figli che sarebbero andati a stare per qualche tempo a Malvern, la stazione termale del Worcestershire dove Charles si sarebbe sottoposto alla cura delle acque. Il suo stato d’animo influenzava la sua salute. Oltre che essere afflitto da normali preoccupazioni, era inquieto per la teoria dell’evoluzione. Vivere con quel segreto lo sottoponeva a una insopportabile tensione. Prevedeva gli attacchi che avrebbe dovuto subire non appena l’avesse enunciata e la gente ne avesse colto le implicazioni. L’umore di Darwin precipitò tra la fine del 1850 e l’aprile dell’anno successivo, quando Annie, che aveva dieci anni, morì dopo mesi di atroci sofferenze, probabilmente di tubercolosi, conosciuta all’epoca come mal sottile, tisi o semplicemente «declino». L’amoroso padre si incupì. I suoi dubbi teologici vennero al pettine.

Emma, credente, sperava di ricongiungersi a Annie in paradiso, ma non riusciva a capire quale fosse stato il disegno di Dio nel portargliela via. Charles, invece, non credeva che dietro quella sciagura ci fosse un disegno divino. Comunque ringraziava Dio per non aver mai gettato sulla piccola un’occhiata scontenta, e molti anni dopo scrisse di non averle mai rivolto una parola dura. Nonostante l’omaggio formale, Darwin era da tempo ai ferri corti con il Creatore. Nell’Autobiografia, a proposito del suo abbandono della fede cristiana, scrisse che alla fine degli anni '40 «l’incredulità si insinuò lentamente nel mio spirito, e finì col diventare totale. Il suo sviluppo fu tanto lento che non ne soffersi, e da allora non ho mai più avuto alcun dubbio sull’esattezza della mia conclusione». A una persona che andò a trovarlo qualche anno dopo a Down House confessò: «Non rinunciai mai al cristianesimo fino a quando non ebbi compiuto i 40 anni». Li aveva compiuti nel 1849, esattamente due anni prima della morte di Annie.

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Dal momento in cui l’angelo sterminatore si era portato via sua figlia, Darwin si lasciò risolutamente alle spalle la fede cristiana. Non partecipò più alle funzioni religiose assieme ai familiari. Li accompagnava fino alla porta della chiesa, ma li lasciava entrare da soli e si fermava a parlare con l’agente di polizia del villaggio o passeggiava lungo i sentieri che si dipanavano attorno alla chiesa. Credeva ancora fermamente in un divino creatore, ma mentre gli altri avevano fiducia nell’infinita bontà di Dio, Darwin lo considerava una figura tenebrosa, imperscrutabile e crudele. Un penoso ricordo di Leonard, allora bambino, rende bene l’idea dei segreti sentimenti paterni tra gli anni 50 e 60. «Mi avvicinai a mio padre mentre girovagavo per il prato, ed egli, a quanto ricordo, dopo una o due parole gentili mi voltò le spalle e si allontanò, come se fosse del tutto incapace di sostenere una conversazione. Allora, all’improvviso, un pensiero mi attraversò la mente: la convinzione che egli non desiderasse più vivere». Nel 1856, all’età di 48 anni, Emma diede alla luce il suo ultimo nato, il decimo figlio Charles Waring, che un’ondata di scarlattina si portò via 18 mesi dopo. Il piccolo era probabilmente affetto dalla sindrome di Down, il cosiddetto mongolismo che sarebbe stato identificato quello stesso anno dal dottor John Langdon Down.

Nel giugno del 1858 una lettera proveniente dal profondo dell’arcipelago malese turbò la pace di Down House. Alfred Russel Wallace, un giovane naturalista che si trovava laggiù per certe sue ricerche gli scrisse di essere pervenuto, in maniera del tutto autonoma, all’idea della selezione naturale e chiedeva l’opinione di Darwin. Questi si trovò all’improvviso di fronte all’eventualità di perdere la primogenitura della scoperta che era la sua ragione di vita, oltre che il suo tormento. Preparò in tutta fretta un sunto della sua opera, che il primo luglio 1858 fu presentato alla Società Linnea di Londra insieme al lavoro di Wallace. Darwin non era presente. Era al funerale di suo figlio Charles Waring.

Darwin e la tartaruga

Darwin, che continuava a indagare le «leggi della vita», era acerbamente consapevole dell’eliminazione del debole e della sopravvivenza del più adatto. Si svolgeva così il processo della selezione naturale. Era un paradosso che tutta la diversità e la bellezza delle cose viventi fossero il prodotto dell’infinita sofferenza e della morte nel contesto di quella «guerra della natura» per effetto della quale ogni nuova forma poteva essere distrutta mentre altre prendevano il suo posto. Naturalmente, un conto è descrivere la lotta che si svolge nella natura attorno a noi e un altro sopportarne il peso e le conseguenze. Darwin ne era conscio.

Nel redigere il testo definitivo dell’Origine delle specie, aveva sempre davanti agli occhi l’adorata figlia Annie. «Nulla è più facile che ammettere a parole la verità della lotta universale per la vita, assai più difficile, e parlo per esperienza, tener sempre presente questo principio. (...) Noi contempliamo il volto della natura splendente di felicità; (...) ma non vediamo o dimentichiamo che gli uccelli, che cantano oziosamente intorno a noi, si nutrono in massima parte d’insetti, distruggendo così, continuamente, la vita; o dimentichiamo in che misura questi cantori, o le loro uova, o i loro piccoli sono distrutti da uccelli o animali da preda».

Darwin tenta di rassicurare il lettore scrivendo che «tutti gli esseri viventi tendono a moltiplicarsi in progressione geometrica (...) ma che nella natura la guerra non è continua, che la paura è sconosciuta, che la morte è in genere assai pronta, e che gli individui vigorosi, sani e felici sono quelli che sopravvivono e si moltiplicano».

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Poi, conclude, a mo’ di consolazione, annotando che sono gli individui più adatti a sopravvivere, ma noi dobbiamo continuare a preoccuparci per chi resta indietro. Sono stati gli istinti di solidarietà e simpatia sociale a consentire agli esseri umani, più deboli di altri animali, di adattarsi meglio all’ambiente. Darwin non ha mai esaltato la forza bruta, la legge del più forte o le altre storpiature del suo pensiero operate dal «darwinismo sociale e dall’eugenetica. L’uno è un camuffamento ideologico del liberalismo economico più selvaggio. L’altra è una disciplina nazista che si avvale di argomenti pseudoscientifici per deliranti progetti di perfezionamento della specie umana da perseguire attraverso lo studio, la selezione e la «promozione» dei caratteri fisici e mentali ritenuti positivi e la rimozione di quelli negativi.

Negli anni tra il 1860 e il 1870, Darwin continuò le sue riflessioni sull’enigma delle sofferenza e sul senso di ordine che trovava nel mondo naturale. Il mistero diventava sempre più profondo. Manteneva tuttavia la sua convinzione che Dio non avesse alcun particolare interesse per il destino dei singoli individui. Ammise di non riuscire a «considerare questo meraviglioso universo, e in special modo la natura dell’uomo», come «il frutto di un cieco caso» o della «forza bruta». Ma non per questo riusciva a scorgere le prove di un disegno e di una benevolenza «con la stessa facilità con cui altri le vedono». E concludeva. «Mi sembra che esista troppa infelicità nel mondo». Alcuni anni dopo confidò a uno studioso della sua cerchia di amici che riflettere su quell’enigma era una perdita di tempo. Ma non riusciva a smettere. Si acuì in lui la paura di perdere altri figli. Nel 1876, scrisse dei ricordi autobiografici per i figli «come se fossi un uomo morto che dall’altro mondo si volge indietro a considerare la propria vita passata». Ritornò con il pensiero alla loro infanzia: «Quando eravate piccoli, avevo gran piacere a giocare con voi tutti e penso con rimpianto che quei giorni non torneranno più». L’emergere dell’ordine e della bellezza dalla lotta per la vita continuava a suscitare le sue perplessità.

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Nell’Autobiografia, cercò di decidere «se fra tutti gli esseri sensibili sia maggiore il dolore o la felicità, se il mondo nel suo complesso sia buono o cattivo». La risposta era esitante e opaca, ma eloquente nella sua debolezza: «Credo che la felicità prevalga decisamente, benché sia molto difficile dimostrarlo». Nel maggio 1879, un diplomatico russo gli chiese il suo parere di uomo di scienza su Cristo e sull’immortalità dell’anima. Sulla rivelazione cristiana la risposta di Darwin fu ferma. «La scienza non ha nulla a che fare con Cristo, se non per il fatto che l’abitudine alla ricerca scientifica rende cauti nell’ammettere delle prove. Per quanto mi riguarda, non credo che vi sia mai stata una Rivelazione». Però non negò mai l’esistenza di un essere supremo.

«Credo che generalmente, e in misura sempre maggiore quanto più invecchio, ma non sempre, l’agnosticismo sia la più corretta descrizione del mio stato mentale». Aveva l’impressione di essere «una foglia secca su ogni argomento che non fosse scientifico». Constatò con dolore che la sua mente sembrava diventata «una specie di macchina per estrarre leggi generali da una raccolta di fatti». Si era inaridito. Con il passare degli anni si approfondì la sua insoddisfazione per la perdita dei piaceri di un tempo. «Se vivessi un’altra volta mi segnerei il compito di leggere un po’ di poesia e ascoltar musica almeno una volta la settimana, con la speranza di mantenere attive con l’esercizio quelle parti del mio cervello che oggi si sono atrofizzate», scrisse nell’Autobiografia. Considerava la perdita del gusto per la poesia «una perdita di felicità, forse dannosa all’intelletto e più ancora alla forza morale, in quanto indebolisce la parte emotiva della natura umana».

V0018691 The house of Charles Darwin (Down House) in Kent. Wood engraDown House ai tempi di Darwin. 

Stava passeggiando sul Sentiero Sabbioso, in uno dei primi giorni di marzo del 1882, quando fu colpito da un attacco di angina. Aveva 73 anni e il suo cuore si stava indebolendo. Nella notte che precedette la sua morte, chiamò la moglie. «Sento dolore, e mi sentirò meglio, o sopporterò meglio il dolore, se tu sei sveglia». Forse ricordava le notti in cui aveva vegliato Annie. Le lasciò l’ultima consegna: «Di’ a tutti i miei figli di ricordare quanto buoni essi siano sempre stati con me».

Tra tutti gli attacchi che Darwin dovette subire, quelli della Chiesa cattolica e dei fondamentalisti cristiani in genere sono senza dubbio i più pervicaci. Tutto cominciò un giorno del 1860 a Oxford quando, nel corso di un dibattito sull’evoluzione, il vescovo Wilberforce chiese al biologo e filosofo Thomas Huxley se fosse disceso da una scimmia da parte di nonno o da parte di nonna. Huxley, convinto sostenitore dell’evoluzionismo darwiniano al punto da essere soprannominato «il mastino di Darwin», gli rispose che avrebbe preferito discendere da una scimmia piuttosto che da una persona che trattava problemi seri in maniera tanto frivola.

Down House oggiDown House oggi. 

Non tutta l’offensiva antidarwinista è, tuttavia, improntata allo humour tipicamente britannico. L’evoluzionismo scientifico è stato condannato nel 1950 da Pio XII con l’enciclica Humani generis, parzialmente riabilitato da Giovanni Paolo II nel 1996 («nuove conoscenze conducono a non considerare più la teoria dell’evoluzione una mera ipotesi») che distinse tra L’origine delle specie (assolta) e L’origine dell’uomo (condannata), e poi stroncato ruvidamente nel luglio del 2005 dal cardinale Christoph von Schönborg. A tre mesi dall’elezione di Benedetto XVI, l’arcivescovo di Vienna ricordò quanto affermato tre mesi prima dal nuovo pontefice nel suo discorso di incoronazione. Aveva detto: «Non siamo il prodotto casuale e insignificante dell’evoluzione». Gli rispose qualche giorno dopo padre George Coyne, da ventisette anni direttore della Specola Vaticana e ispiratore della parziale rivalutazione del darwinismo operata dal papa polacco.

Su The Tablet il gesuita criticò «l’infondata e irritante paura della Chiesa che un universo in evoluzione attraverso mutazioni genetiche casuali e selezione naturale debba per forza sottrarsi al dominio di Dio» e respinse «la malaugurata interpretazione fondamentalista del creazionismo della Genesi». Diciassette giorni dopo il Daily Mail titolò: «Il papa licenzia il suo astronomo a causa del dibattito sull’evoluzione». Benedetto XVI stava con il Disegno Intelligente. Papa Francesco non sappiamo.

Darwin_GalapagosLa statua di Darwin alle Galapagos.

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