Don Patagonia desde el Fin del Mundo

Padre Alberrto Maria De Agostini con il capo pacheco Ona.

di Laura Pariani

 

Provate a aprire una cartina geografica di quella parte estrema dell’America meridionale comunemente detta «Fin del Mundo». Rimarrete senz’altro sorpresi, perché ghiacciai, monti e fiumi portano nomi che ci sono familiari: Spegazzini, Fagnano, Marconi, Schiapparelli, Sella, Pollone, Aosta, Biella, Torino, Italia, Cagliero, Bertacchi, Milanesio, Pier Giorgio Frassati... L’intera geografia di questa regione della Patagonia deve gran parte della sua toponomastica ai salesiani che qui svolsero, sul finire dell’Ottocento, la propria opera di evangelizzazione. Tra di loro un missionario fuori dall’ordinario, Alberto Maria De Agostini (1883-1960): non solo prete, ma anche alpinista, esploratore, cartografo, etnologo e fotografo.

 

Il seno De Agostini

 

Sono proprio le fotografie che mi hanno fatto incontrare per la prima volta la figura di padre De Agostini, una quindicina d’anni fa, visitando il museo salesiano «Maggiorino Borgatello» a Punta Arenas, nella parte cilena dello stretto di Magellano. Nel museo è infatti ospitata - oltre a una formidabile collezione di fossili, animali imbalsamati e manufatti provenienti dalle comunità di indios Tehuelches, Ona, Yaganes e Alakaluf – una serie di foto scattate da Alberto Maria De Agostini. Era il 1910 quando arrivò nel Fin del Mundo e, da vero uomo moderno, scelse l’apparecchio fotografico, mezzo tecnologico in piena evoluzione, per dare testimonianza dei luoghi in cui era missionario. Si rimane incantati davanti a certe sue immagini, come le giravolte tortuose del Rio Chico oppure il bosco di gigantesche magnolie ai piedi del ghiacciaio Schiapparelli. Sembrano addirittura surreali le fotografie degli strani effetti dell’erosione marina al Cabo San Pablo: enormi sfere calcaree sulla spiaggia, perfette come bocce per giganti. Il sole basso e le ombre lunghe a dismisura accentuano la dimensione di sogno delle rappresentazioni che ci offre.

 

L'andamento sinuoso del Rio Chico

 

Facendo della propria competenza alpinistica un mezzo al servizio dell’opera missionaria, padre De Agostini viaggiò per anni nel Fin del Mundo, amministrando battesimi e matrimoni tra coloni che, segregati nella solitudine delle vallate andine, mai avevano avuto occasione di incontrare un sacerdote. E si meritò per questo il suggestivo soprannome di «don Patagonia». Nel contempo approfittò di queste spedizioni per ampliare sempre più la sua opera di documentazione, immortalando col suo apparecchio fotografico angoli di una regione fino allora sconosciuta. Mai forse avrebbe immaginato che quel tratto di Cordillera andina, di altezza modesta se paragonata a catene di altre parti del mondo, possedesse montagne così spettacolari e terrificanti. Lo testimoniano le sue scalate su vette fino allora inviolate, in cui si fece accompagnare dalle migliori guide alpine dell’epoca, valdostane, valsesiane e ampezzine. Restano nella leggenda i suoi tentativi di spedizione sul Monte Sarmiento (nel 1913 e nel 1914), falliti entrambi per le terribili condizioni atmosferiche che rendono quella montagna praticamente inavvicinabile: una nebbia fittissima la circonda perennemente, impedendo la visione di ogni via d’accesso.

 

Lo Stretto di Magellano

 

Ricordo, per esempio, un mattino di novembre di tanti anni fa a Fuerte Bulnes, la postazione cilena più meridionale del continente americano: lì mi capitò il miracolo di vedere le nuvole aprirsi e in un cielo color lavanda riuscii a ammirare il bagliore accecante delle nevi del Sarmiento dall’altra parte dello Stretto di Magellano. Spettacolo indimenticabile che purtroppo durò non più di quattro minuti, dopodiché le nuvole si richiusero: l’uomo che lì viveva solitario, a custodia del fortino cileno, mi disse che da più di un anno non gli capitava di vedere il Sarmiento tutt’intero... De Agostini aspettò quarant’anni e nel 1955 organizzò una spedizione con Clemente Maffei e Carlo Mauri che finalmente ne riuscirono a conquistare la cima Est. Impresa così eccezionale che al nostro salesiano venne conferita l’onorificenza «General Bernardo O’Higgins», la più prestigiosa del Cile.

 

De Agostini con il capo pacheco della tribù Ona

 

Altrettanto memorabile è la sua traversata di una delle zone del globo più misteriose, di cui le carte geografiche non portavano alcuna traccia, lasciando soltanto uno spazio bianco con la scritta «inesplorato»: l’immenso altopiano del Hielo Continental. Ci si addentrò per la prima volta nel 1931 e lo sorvolò poi su un piccolo aereo guidato da Franco Bianco nel 1937. Le immagini delle pellicole da lui girate testimoniano spedizioni flagellate da tormente, ma anche momenti di pace sovrumana su seraccate, abissi e abbacinanti distese di nevi eterne.

 

Confesso però che i filmati che mi colpiscono di più sono quelli che hanno per protagonista uomini comuni. Impossibile dimenticare i suoi peones che guidano greggi o traversano fiumi impetuosi; oppure gli operai addetti all’uccisione delle centollas, gli enormi granchi rosa dello Stretto, che vengono gettati in calderoni di acqua bollente – le lunghe chele si agitano con guizzi tormentosi – per poi essere trinciati e inscatolati per le prelibatezze dell’alta cucina europea.

 

Indigeno della Terra del Fuoco

 

Eccezionali sono poi le immagini che ci ha lasciato sugli aborigeni, già allora in estinzione a causa della spietata caccia che contro di loro, all’epoca della recinzione delle terre, gli estancieros avevano messo in atto. Davanti al suo apparecchio passano gruppi di giovani in marcia verso la caccia al guanaco, famiglie che riposano all’entrata delle loro capanne coniche, ragazze che si tingono vicendevolmente il corpo durante i riti della pubertà, donne e bambini che raccolgono molluschi sulle spiagge gelate. Immagini di piccoli dettagli – il legaccio di una faretra, una mano che tende un arco rudimentale, il disegno rituale su una guancia – tracciano il profilo di un mondo «altro»: dove il tempo si è davvero fermato, eppure ne sentiamo ancora battiti e pulsazioni. Ché la macchina fotografica di padre De Agostini è riuscita a sottrarre alla dimenticanza e al silenzio i «senza voce» della Patagonia.

 

Un esempio per tutti: sua è l’unica immagine che io conosca di un’india fueghina sorridente. Si tratta di una donna di etnia Ona, battezzata col nome di Elisa: un viso pienotto, le spalle unte di grasso per proteggersi dal freddo, una collana di conchiglie sul petto, il mantellone di pelle di guanaco. Ma a colpire sono il suo sorriso e il brillio degli occhi rivolti non all’obiettivo ma al missionario. Perché quella donna aveva capito che don Patagonia sapeva «ascoltare» gli sguardi degli ultimi della Terra.

 

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Documentario realizzato da padre De Agostini.

2 responses

  1. Potreste modificare il titolo? il sostantino "fin" al femminile in Argentina è sinonimo di scarso livello culturale del parlante. Suggerisco Desde el fin del mundo. Cosa ne dite? Grazie!
    • admin
      Correzione effettuata, mille grazie.

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