Guido Monzino, un conte al Polo Nord

Il conte Guido Monzino

 

 

«I danesi cercarono di sabotare la missione. Imposero un loro medico e l’ufficiale di rotta. Il primo scappò dopo due giorni con le medicine, il secondo tentò di dirottare la spedizione, ma il conte se ne accorse e riportò il gruppo sulla direzione giusta». Maurizio Allione recupera, a 45 anni dalla prima missione italiana al 90° parallelo, memorie e difficoltà dell’impresa capitanata da Guido Monzino, di cui era segretario personale e giovane confidente.

 

 

Alcuni partecipanti alla spedizione del 1971 con le bandiere rispettivi Paesi. Copyrigh_Fondo Guido Monzino © FAI -Fondo Ambiente Italiano

 

 

«Quando avevo solo 18 anni», continua, «mi spiegava cosa aveva in mente per la sua azienda. Gli serviva un ascoltatore con cui provare i discorsi». Conte, imprenditore (fu direttore della Standa) ed esploratore, Monzino compì 21 missioni nella sua vita. Quella al Polo Nord del 1971, assieme a quella sull’Everest di due anni dopo, è la più celebre. «Anche la Rai andò a filmare l’evento», racconta Allione, «ma il video non andò mai in onda. Monzino di fronte alle telecamere disse che aveva raggiunto il Polo per completare l’impresa del Duca degli Abruzzi e per portare in Artide il tricolore. Il suo messaggio non piacque in tempo di elezioni, poteva sembrare un riferimento politico, perciò non fu mai trasmesso».

 

 

La spedizione del maggio 1971 al Polo Nord. Copyrigh_Fondo Guido Monzino © FAI -Fondo Ambiente Italiano

 

 

Il video «censurato» sarà invece proiettato giovedì prossimo nella cerimonia in ricordo dell’impresa azzurra, a Lenno, sul lago di Como. Alle 10, alla Villa del Balbianello che il conte cedette al Fai alla sua morte nel 1988, si ritroveranno Allione, Mario Brigando, suo collaboratore e compagno in alcune missioni, e il cileno Arturo Aranda Salazar. L’ex generale comandante delle truppe andine, per la prima volta presente in Italia per il ricordo della missione, partecipò nel 1971 all’impresa, assieme a Mirko Minuzzo, Rinaldo Carrel, due tecnici danesi e 22 guide eschimesi.

 

 

 

Durante la spedizione del 1971, una slitta con i cani e alcuni uomini restò imprigionata su una lastra di ghiaccio.

 

 

«È stato Aranda — racconta Allione — a chiedere di partecipare alla cerimonia. Ha contattato Carrel, che sta a Valtournanche. Dopo l’incontro al mattino a Lenno, in villa prima e con le scuole poi, Aranda raggiungerà il compagno d’avventura a Cervinia. Incontrerà anche le guide alpine che accompagnarono il conte in molte missioni».

 

 

Furono 330 i cani che parteciparono alla spedizione del 1971 al Polo Nord. Copyrigh_Fondo Guido Monzino © FAI -Fondo Ambiente Italiano

 

 

Allione tramanda poi dei tre cuccioli di cane che Monzino riportò indietro dal Polo, nati durante la missione. «Dai tre cagnolini ha avuto origine la stirpe italiana dei cani da slitta». Anche la Villa del Balbianello si lega alla passione avventuriera di Guido Monzino. «Inseguì la dimora per 20 anni, alla ricerca degli eredi da cui acquistarla. Non vi abitò mai, se non per pochi mesi». Si accontentava di stare in due locali di un residence milanese, a San Pietro all’Orto. Soprattutto, al lago non ci andava mai nei fine settimana «per non dover disturbare nei giorni di festa il personale di servitù».

 

 

Guido Monzino sull'Everest nel 1973

 

 

Nei progetti del conte, interrotti per la sua scomparsa, Balbianello avrebbe dovuto ospitare una fondazione per studi alpinistici e polari. Fece solo in tempo a realizzare, nel bene del Fai dove scelse di essere sepolto, un museo delle spedizioni, con foto e cimeli delle sue imprese per i cinque continenti. Mario Brigando, che con Monzino effettuò una delle missioni preparatorie all’impresa del 1971, racconta invece di come entrò in contatto con il conte: «Lo conobbi mentre era in spedizione in Patagonia, dove vivevo da ragazzo».

 

 

Villa del Balbianello, sul lago di Como, a Lenno

 

 

Dall’incontro nacquero le collaborazioni successive, per riordinare la biblioteca e scrivere il libro della spedizione sull’Everest. «Era un uomo schivo, intelligente e generoso anche con i suoi dipendenti della Standa, ricco di doti in ambiti diversi. Ovunque è passato, ha lasciato un segno tangibile della sua presenza. In Africa, ad esempio, costruì un ranch per i Masai». Di nuovo Allione svela una curiosità sulla foto di gruppo della missione al Polo, con tutti i partecipanti e le bandiere: «Non c’era vento, i drappi furono tirati con le corde, ma sbagliarono e una rimase in direzione opposta alle altre». (Sara Bettoni, Corriere della Sera, 13 maggio 2016)

 

 

Passato remoto (tre immagini sulla spedizione del maggio 1971)

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