Hugo Pratt, argonauta di sogni

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di Ivano Sartori

Con lui siamo stati nel deserto degli Scorpioni, nelle foreste del Canada a tendere agguati agli invasori bianchi, abbiamo solcato il Mare Salato, abbiamo inseguito una donna misteriosa nel ghetto di Venezia, ci siamo persi per sempre dietro i sogni che rendono la vita meno dura, ma allo stesso tempo la complicano. Non si torna dai viaggi di Hugo Pratt, come non si torna dai tormenti di una dolce ossessione. L’avventura è un attimo fuggente che dura per sempre. E Hugo Pratt ci ha fatti smarrire nelle sue avventure. Prima da bambini e poi da adulti. Pratt non ci ha raccontato il mondo com’è o com'era e non è più. Ci ha raccontato un mondo che avremmo voluto durasse per sempre. Pieno di squali e lestofanti. E noi capaci di sgusciare tra gli uni e gli altri come il suo enigmatico marinaio dal passo danzante.

L’avventura è un attimo fuggente che Pratt ha fermato e formato con la china. L'esotismo era già nell'inchiostro. Di China. Guardi una sua tavola e hai già dentro la voglia di partire. Pratt è stato la nostra guida, l’argonauta che ci ha portato in giro per il mondo.  Quando ci siamo andati con le nostre valigie e non l'abbiamo trovato come ce lo aveva fatto immaginare, siamo tornati da lui. E abbiamo ricominciato a viaggiare. Dal sergente Kirk del Corriere dei Piccoli a Corto Maltese, Hugo Pratt ci ha fatto scoprire che si può essere insieme bambini e adulti. Perché lo spazio dilatato delle sue storie annichilisce lo scorrere maligno del tempo. Più che di racconti di viaggio, tutta la sua opera è intrisa del mito del viaggio. Di ciò che precede l’esperienza, carburato dal desiderio, esaltato dalle aspettative, e di ciò che la segue, alimentato dal ricordo.

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La Terra vista dallo spazio è una sfera azzurra e verde. Vista da Pratt, continua a essere un mondo azzurro, verde o sfolgorante di gialli e ocra. Di quegli acquerelli lievi che lui chiamava acqua sporca. Il viaggio è il leitmotiv che ha reso grande la sua opera e diversa da tutte le altre. Una diversità che ha donato alle nostre vite sedentarie il brivido dell’imprevisto senza andare a cercarlo in capo al mondo. Perché i Mari del Sud sono le ultime spiagge dei nostri sogni. Calle dell’Amor degli amici e il ponte delle Meravegie non sono solo nella sua magica Venezia ma in una serata in compagnia a far bisboccia e in sorprese che pensavamo impossibili. Prima o poi il miracolo arriva. Basta crederci. Come Hugo, che credeva a tutto quel che ci ha narrato. E la cosa più romanzesca che ci ha raccontato è stata la sua vita. E la sua parabola creativa, racchiusa tra due poli geografici. «In Etiopia, ho imparato a disegnare; in Argentina, a scrivere». Citava Pessoa: «Conosco tredici modi di raccontare la mia vita, ma la vita dei nostri sogni è forse quella più autentica».

Il papà di Corto Maltese nasce nel 1927 a Rimini. Per caso. E tutta la sua vita sarà segnata prima dal nomadismo della famiglia, poi dai viaggi suscitati da una certa irrequietezza genetica. Per capire il suo itinerario è fondamentale ricostruire il destino e l’odissea della sua famiglia, un sartiame di rapporti tenuto insieme dal filo rosso dell’avventura vissuta e inventata. Senza possibilità di capire dove cominci l’una e finisca l’altra.

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Joseph Pratt, il nonno paterno di Hugo, era un lionese di remote e aristocratiche origini inglesi. Prima disegnatore di architetture militari («devo a lui il mio dono»), poi insegnante di francese in un istituto di Venezia, dove morì durante l’epidemia di spagnola. Da parte di madre, «la genealogia è decisamente romanzesca», si divertiva a dire l’inventore di leggende. Il padre della mamma era un figlio illegittimo e i suoi antenati ebrei di Toledo, convertiti a Venezia. Quanto a sua nonna materna, anche lei ebrea, i suoi avi avevano lasciato la Turchia per lavorare a Murano. Una famiglia di sradicati, di vagabondi, di emigranti colti e qualificati. Le radici del viaggio, da cui Hugo succhierà linfa, sono già tutte qui, in questa galleria dei maggiori.

Ci vuol poco, a questo punto, a capire perché Corto Maltese è figlio di un marinaio britannico e di una gitana, allevato a Cordova, nel barrio della Judería. La madre di Hugo, Evelina Genero, era figlia di un pedicure e poeta, fondatore dei Fasci di combattimento veneziani. «L’unica persona ostile al fascismo era mio zio Ruggero, marinaio nella Marina mercantile. Aveva viaggiato molto, era al corrente di tutto ciò che si diceva, tanto in Russia come in America. Come tanti altri marinai era più o meno anarchico. Forse Corto Maltese deve qualcosa pure a lui».

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Evelina non aveva studiato. Esercitava l’astrologia e la cartomanzia. «Era considerata la strega della famiglia». Il figlio erediterà da lei il suo interesse per l’occultismo e la magia, espresso attraverso le avventure oniriche di Corto. Aveva solo sei anni, Neno, così lo chiamavano in famiglia, quando fu lasciato al sole un po’ troppo a lungo da sua madre. Si pensò fosse diventato deficiente e fu mandato a una scuola per malati mentali. Ne uscì sei mesi dopo, ristabilito. Anche la figura paterna aveva i numeri per colpire lo spirito di un bambino: Rolando Pratt, orfano, aveva trascorso qualche mese in prigione, da ragazzo, per avere spaccato un naso durante una rissa. La sua fedina penale gli aveva complicato la ricerca di un lavoro. Fu la marcia su Roma a procurargliene uno: servire Mussolini in uniforme. Nel 1936, Rolando Pratt, spedito in Etiopia, colonia italiana di fresca acquisizione, sistema la famiglia a Entotto, dove Neno frequenta il liceo Vittorio Emanuele III. I tempi sono turbolenti. Un giorno in cui è solo in casa, il bambino apre la porta a un capo guerrigliero, bardato di cartucciere: «Portava, appesi alla cintura, testicoli, occhi e orecchie che aveva tagliato a italiani». Un abissino evita a Hugo la stessa sorte. Nel giugno del 1940, a tredici anni, suo padre lo arruola nella polizia dell’Africa italiana, perché partecipi alle campagne militari.

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Un anno dopo, gli inglesi entrano ad Addis Abeba. L’adolescente è internato con sua madre a Dire Dawa, nell’est del Paese. È il più giovane prigioniero italiano, dopo essere stato il più giovane soldato. Neno accumula ricordi che risorgeranno sotto forma di disegni o di elementi scenografici. Dorme su sacchi di sabbia. Un uomo muore sotto la finestra che lui scavalca ogni sera. Un nuovo svenimento sotto il sole gli dà l’opportunità di essere raccolto da contrabbandieri di qat e ladri di cammelli «gente che si metteva calce nei capelli per farli diventare rossi». Ricorderà: «Ero diventato più nero di un danakil, sempre in mezzo ai cammelli, sotto il sole più bruciante del mondo». Sempre a quell’epoca, scopre i piaceri dell’amore. Dapprima con un’abissina, poi si innamora di una «Biancaneve versione Walt Disney», Clara Pecci. La ritroverà due anni dopo a Vicenza, uccisa durante un bombardamento. Nel 1942, Rolando Pratt è arrestato dagli inglesi. Muore alla fine dell’anno per un cancro al fegato. Hugo e sua madre sono rimpatriati dalla Croce Rossa. Con il canale di Suez chiuso, il cargo dei profughi deve doppiare il Capo di Buona Speranza e circumnavigare l’Africa. Dopo l’armistizio, il giovane Hugo si aggrega al battaglione Lupo della repubblica di Salò. Si spaccia per pilota sudafricano e si fa arrestare dai tedeschi. Costretto ad arruolarsi nella polizia marittima del Reich, diserta dopo tre settimane. Aiutato dai partigiani, raggiunge la linea del fronte, si unisce alle truppe alleate come interprete.

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Nell’aprile del 1945, torna a Venezia per entrare in città insieme ai liberatori. Su un autoblindo canadese vestito da scozzese. All’epoca, «Venezia era un gigantesco bordello, un carnevale improvvisato», racconterà. Riesce a farsi reclutare dall’esercito neozelandese, dopo essersi tatuato il viso come un maori con una stilografica. È l’incubazione della sua leggenda e di quella di Corto. Alla fine risulterà che Hugo avrà fatto la guerra in tutti i campi, indossando tutte le uniformi. Nell’euforia della pace, il Veneziano ritrova un tenente ebreo polacco, un certo Koinsky, di cui farà venticinque anni più tardi l’eroe degli Scorpioni del deserto. Hugo Pratt diventa ufficialmente disegnatore nel dicembre del 1945, quando, con gli amici Alberto Ongaro e Mauro Faustinelli, fonda la rivista di fumetti L’Asso di Picche. Il loro sarà uno dei primi gruppi in grado di trasformare il fumetto italiano in arte e letteratura. Ma Hugo non vive di solo inchiostro. Organizza spettacoli per la Quinta armata americana. Appassionato di jazz, suona la chitarra, canta e balla. Nel 1946, è agente spedizioniere al porto di Venezia, gioca a rugby in prima divisione e tenta di arruolarsi nella Legione straniera. Viaggia per l’Europa, ma sogna di imbarcarsi per l’America. La polizia glielo impedisce. I fumetti gli permettono di evadere: con il suo amico Mario Faustinelli scrive la storia di Indian River. Alla fine, riesce a salire a bordo di un transatlantico e raggiunge l’Argentina. La sua terza avventura, dopo l’Africa e Venezia. Si installa ad Acassuso, riprende la serie Junglemen e ne approfitta per esplorare la Patagonia.

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Nel 1952, incontra Anne Frognier, una giovane belga residente a Buenos Aires, e Gucky Wogerer, di origine jugoslava. Sposa quest’ultima, da cui avrà due figli, Lucas e Marina. Durante il suo periodo argentino, beve e disegna parecchio. La vita sentimentale del dongiovanni si complica: dopo aver conosciuto Gisela Dester, una graziosa tedesca sua collaboratrice, si separa da Gucky. Nel 1952, Pratt va ad abitare a Londra e realizza parecchie serie di guerra. Uno dei suoi primi capolavori risale a questo periodo: Anna della giungla, ispirata ad Anne Frognier, la sua nuova compagna. Nel decennio successivo, scema l’interesse per la guerra e aumenta quello per la letteratura di viaggio. «Mio padre mi faceva leggere Jules Verne con un atlante sotto gli occhi». Si appassiona alla vasta schiera degli scrittori che hanno schiumato i mari. A Jack London, a Herman Melville, a Joseph Conrad, a Henry de Monfreid il romanziere-pirata che sostiene di aver conosciuto in Africa da bambino. «Avevo cinque anni quando mio padre cominciò a raccontarmi storie di pirati».

Per quanto sempre sposato ufficialmente a Gucky, a Venezia contrae matrimonio religioso con Anne. La nascita della loro figlia Silvina non gli impedisce di esplorare l’Amazzonia. Nel 1965, quando vedrà la luce Jonas Pratt, Hugo torna in Brasile, dove apprende dell’esistenza di Tebocua, il figlio avuto da un’indiana Xavantes. Quello stesso anno, l’incorreggibile donnaiolo riconosce altri figli: la piccola Victoriana Aureliana Gloriana dos Santos, avuta da una sacerdotessa di macumba e i figli illegittimi di quattro sorelle. Ci scherza su. «Ecco perché a Salvador de Bahia si possono oggi incontrare un Lincoln Pratt, un Wilson Pratt o un Washington Pratt». Dando i nomi dei presidenti americani, il disegnatore si è divertito a scolpire una sorta di monte Rushmore a gloria della sua virilità.

Dopo un periplo ai Caraibi, nel 1967 Pratt pubblica La ballata del mare salato. È la prima apparizione di Corto maltese. Una rivoluzione. Per la prima volta la narrazione è importante quanto il disegno. E per la prima volta travasa una buona dose della sua vita e delle sue romantiche traversie nella boccetta dell’inchiostro di china. «A forza di girare il mondo in lungo e in largo e di conoscere certi figuri, è abbastanza facile per chi scriva o disegni avventure riempire le proprie storie di bei tipi e belle storie». L’esplorazione del pianeta è per Pratt fonte di ispirazione e creatività. Il primo episodio della serie Gli scorpioni del deserto coincide con il primo viaggio nella memoria. Ritorna in Etiopia per ritrovare la tomba di suo padre, prosegue per la Tanzania e il Kenya alla ricerca del relitto del Könisberg. Poi va in Irlanda, dove raccoglierà leggende per le sue saghe celtiche. Mentre Corto Maltese va a caccia di tesori tra la Siberia, l’Asia centrale e il Pacifico, il suo creatore si divide tra l’Argentina, l'île Saint-Louis, Malamocco, Roma e Milano.

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La consacrazione definitiva arriva negli anni Ottanta. Il riconoscimento più autorevole non è però italiano. «Ho un debole per Corto Maltese. Non mi annoierei di certo nella pelle di questo avventuriero taciturno, solitario, spirito libero alla confluenza di due culture». Quale adolescente può avere di questi sogni negli scipiti anni Ottanta? È un signore di 73 anni, François Mitterrand, il presidente dei francesi, a pronunciare nel 1989 il lusinghiero giudizio. Il marinaio con il giaccone della marina inglese e il berretto da ufficiale zarista, sintesi di storia e geografia del Novecento, ha ormai sedotto il pianeta. È l’avventuriero, l’esploratore romantico che tutti vorrebbero essere. Passa attraverso le guerre schivandone i rischi. Trova tesori che inesorabilmente perde, mentre il suo inventore sta per attraccare all’ultimo porto. Pratt fa appena in tempo a pagare gli ultimi debiti alla sua fame di conoscenza. Visita di nuovo la Patagonia e Gibuti, dove svolgerà altre ricerche per Gli scorpioni del deserto. Si imbarca per l’isola di Pasqua che gli ispirerà Mu, l’ultima scorreria di Corto. Nel 1992 forza la linea dell’orizzonte e visita le isole Samoa. Sognava da tempo di potersi chinare sulla tomba di Robert Louis Stevenson. Forse il massimo nume tutelare del suo privato pantheon letterario.

Nel 1994 gli sarà diagnosticato un tumore. Trascorrerà il resto della sua vita nella casa di Grandvaux, in Svizzera, dove ha raccolto trentamila volumi, carte e documenti. Sofferente per antiche e lontane ferite, ricucite alla bell’e meglio e mai cicatrizzate, impregnato del male di viaggio, di miti e di letture, Hugo Eugenio Pratt varcherà l’ultima frontiera il 20 agosto 1995 stringendo tra le mani una croce copta proveniente dall’Etiopia, già Abissinia italiana. Il cerchio si chiude. La fine si congiunge all’inizio.

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