Jacques-Yves Cousteau, il profeta del Grande Blu

Il comandante Jacques-Yves Cousteau

 

 

di Ivano Sartori

 

 

Nell'anno 2010, sullo sfondo di un mondo assillato dai morsi della fame proliferano sette religiose d'ogni genere che suggeriscono varie vie di salvezza. Gli adepti di una di queste, gli Adoratori di Cousteau, venerano preziose scatolette di pesce. Secondo i sommi sacerdoti della sacra congrega, conterrebbero le reliquie dell’adorato comandante Jacques-Yves Cousteau, l’esploratore degli oceani che aveva incautamente continuato a spingersi sott'acqua anche in età avanzata.

Un giorno che si era immerso allo scopo di registrare per l’ennesima volta racconti di delfini e di tonni, dei quali aveva imparato il linguaggio, era stato catturato dalle speciali reti elettroniche di una flotta di pescherecci. Strappato dal mare insieme al banco di pesci che lo stava ad ascoltare, era finito in scatola in virtù di tecnologie ormai molto veloci e avanzate che non andavano tanto per il sottile. È questa, per sommi capi, la trama di un ironico ma non irriverente racconto apparso su un’antologia di fantascienza pubblicata nel 2000 negli Stati Uniti, Paese dove, da almeno quarant’anni, esiste una Cousteau Society che riunisce centinaia di club con migliaia di soci.

La presa in giro è indice di successo. Perciò deve essere considerato un omaggio anche il film parodistico di Wes Anderson, Le avventure acquatiche di Steve Zissou (2004), il cui protagonista, interpretato da Bill Murray, è inequivocabilmente ispirato a Cousteau.

 

 

Jacques-Yves Cousteau durante le riprese del film «Il mondo del silenzio» girato da Louis Malle

 

 

Un’icona francese

Ma chi è questo personaggio venerato in vita, oggi un po’ trascurato al pari della Calypso, la sua nave per le ricerche oceanografiche che sta marcendo nel porto francese di La Rochelle?

Scomparso dieci anni fa, Cousteau è stato soprattutto un’icona. Un simbolo della Francia uscita dalla seconda guerra mondiale con ambizione e orgoglio intatti. Una bandiera blu, bianca e rossa. Blu i suoi occhi, bianchi i suoi capelli, rossa la sua berretta. Una bandiera ammainata il 25 giugno 1997.

Non era soltanto tricolore. Né soltanto il francese preferito dai francesi, il più ammirato, il più simpatico, il modello e l’eroe dei fantasmi nazionali di un Paese a volte un po’ troppo innamorato di se stesso. Contendeva all’Abbé Pierre il titolo di francese più conosciuto del pianeta. Era dunque una sorta di simbolo universale, l’incarnazione di un’idea fondamentale, vitale, esistenziale, quella della relazione dell’uomo con la natura. Meglio: dell’uomo con il mare, il liquido amniotico dell’Universo.

 

 

Il manifesto del film «Il mondo del silenzio»

 

 

Il processo al Comandante

Cousteau è stato il primo a portare la cinepresa in un mondo fino ad allora oscuro e ostile. Il primo a diffondere i suoi film su tutte le televisioni del mondo, a farci vedere le profondità marine con occhio diverso. A svelarci l’ignoto che si annidava non negli spazi siderali ma a poche decine di metri sotto il pelo dell’acqua che ricopre i sette decimi della superficie terrestre. La sua ingordigia, fu la nostra. Lo ha ben capito e sintetizzato lo scrittore Erik Orsenna che il 7 giugno del 1999 ha pronunciato l’elogio di Cousteau davanti al cenacolo degli Immortali dell’Académie française di cui il Comandante era membro.

«Una bestia enorme si è impadronita del mondo, un’insaziabile divoratrice di immagini fresche: la televisione. La bestia ha le sue esigenze. La bestia esige spettacolo», disse quel giorno Orsenna. Per concludere: «Cousteau glielo ha dato, per nutrirla e per nutrire se stesso. Ha sceneggiato l’Universo, creato personaggi, imbastito intrighi, offerto vera suspense. Con il risultato di avere più audience di Dallas e Dynasty».

Con il successo vennero i guai. Si scatenarono proteste che sconfinarono nell’ingiuria. Il Comandante fu convocato al cospetto del severo tribunale della scienza. Esperti più o meno patentati, gli rimproverarono errori di dettaglio, scorciatoie menzognere, approssimazioni inaccettabili. In una parola, di essersi macchiato di divulgazionismo. Gli animi più sensibili gli rimproverarono di non aver rispettato il libero arbitrio degli animali: avrebbe imprigionato l’uno per attirare l’altro, si sarebbe mostrato crudele verso i nostri fratelli squali… Le due requisitorie convergevano verso un’unica accusa, l’immondo peccato della facile «messinscena».

 

 

Il comandante Cousteau a bordo della Calypso nel 1979

 

 

Il giustiziere dei Sette mari

Accuse a parte, Cousteau aveva capito che è in fondo al mare che si trova il mito dell’origine della vita. Andava a svelarlo e noi, dietro di lui, scoprivamo i segreti di tale genesi.

Cousteau lanciava grida di allarme profetiche e noi, guardando i suoi documentari morali dove l’uomo era presentato come il peggior predatore della natura, ci indignavamo di questa follia, che è la nostra. Lanciava la sua Calypso su tutti i mari e in tutti i suoi film lanciava se stesso come giustiziere del Grande Blu offeso dall’uomo. La Calypso, il dragamine usato acquistato dagli americani nel 1950 grazie ai soldi del miliardario inglese Guinness, era una moderna arca di Noe. E lui era Noe.

L’autorità del Comandante, la religione della natura, la predicazione a favore delle generazioni future hanno fatto di Cousteau un mito. Non sommerso.

 

 

La Calypso era un dragamine americano

 

 

Tutt’altro che immacolato

Un mito non vuol dire un santo. Lui lo sapeva e lo sappiamo anche noi. Sappiamo che ha navigato a suo agio nel «mondo del silenzio» quanto in quello degli affari. Non è un mistero che il suo business, terribilmente efficace, sia rimasto totalmente opaco; che non sia stato lo scienziato che pretendeva di essere; che il suo amore per le creature degli abissi non gli abbia impedito, per esigenze di scena, di abbandonarsi a qualche crudeltà verso i suoi «protetti» (alcuni delfini non sono più là per raccontarcela); che il suo affarismo sia costato caro ai contribuenti francesi (la Corte dei Conti fece le pulci al disastroso progetto dell’Argyronète, il rivoluzionario sottomarino nato morto); che la sua ossessione agiografica per se stesso l’abbia portato a volte a cadere nel ridicolo; che le sue vicissitudini familiari l’abbiano consegnato alla cronaca con strascichi di querele e processi… Ma che importa? I cimiteri marini inghiottono di tutto e in fretta. Nell’immaginario del suo pubblico, Cousteau resterà un puro al servizio di un mare sempre più impuro. Il profeta del grande mare azzurro, il mare dei nostri sogni. Per chi non ha mai smesso di ammirarlo, Cousteau è la quintessenza dei desideri dell’adolescenza che diventano realtà, professione totalizzante, vita per una causa.

 

 

Cousteau con il capitano della Calypso Albert Falco (1927-2012)

 

 

Avventuriero di lungo corso

Per il Comandante, filmare e immergersi è stato il suo obiettivo fin da quando aveva 13 anni. Non ha mai voluto nient’altro. Nato l’11 giugno del 1910, a Saint-André-de-Cubzac, nei pressi della città atlantica di Bordeaux, a vent’anni è ammesso all’Accademia navale di Brest e diventa ufficiale cannoniere della Marina francese. Vuol far parte dell’aviazione della Marina, ma a 26 anni resta vittima di un grave incidente. Per riabilitare le braccia, i medici gli prescrivono il nuoto. Inventa un paio di occhialini, antenati della maschera subacquea, che gli consentiranno di fare le sue prime immersioni e spingersi in quello che battezzerà «il mondo del silenzio».

Nel 1937, l’impaziente ufficiale sposa la petulante Simone Melchior, che si sarebbe vista bene ammiraglio, come i suoi antenati, se solo non fosse stata una donna. I due si amano e non sognano che avventure di lungo corso, di mare e di cinema. Hanno due bambini, Jean-Michel e Philippe (che morirà nel 1979 in un incidente d’idrovolante). Li crescono come possono, tenendoli alla larga dalla scuola e lungo la costa, dal porto di Bandol alle spiagge di Sanary. Il padre li sveglia in piena notte per mostrare loro le stelle e insegnargli a nuotare come focene. Hanno quattro e sette anni quando li getta in acqua equipaggiati con il famoso apparecchio di cui ha appena depositato il brevetto firmato da lui e dall’ingegnere Emile Gagnan.

 

 

La spirotechnique

 

 

L’invenzione, che rivoluzionerà le immersioni e farà dell’uomo una rana, l’hanno brevettata in un fiume. Un giorno di gennaio del 1943 una macchina si ferma sulla riva della Marna e ne escono due uomini. Uno è Cousteau, che si infila a mo’ di zaino un cilindro cui è collegato un tubo di gomma che porta alla bocca, entra in acqua e si immerge. L’altro, che resta sulla riva, è Gagnan. Insieme hanno costruito l‘Aqualung, un cilindro portatile ad aria compressa con valvola regolatrice, insomma un erogatore che dà all'acquanauta una lunga autonomia. In quel momento l'umanità compie un grande passo avanti nell'esplorazione del mondo sottomarino.

 

 

Pioniere del cinema sottomarino

Quel giorno, si creano le condizioni che permetteranno a milioni di persone di guardare affascinate i film che Cousteau comincerà a girare negli anni Cinquanta. Il primo è Il mondo del silenzio (1955), girato tra l’allora inesplorato Mar Rosso e l’Oceano Indiano da un giovanissimo Louis Malle, premiato l’anno successivo con l’Oscar a Hollywood e con la Palma d’oro a Cannes. Del libro che ne fu ricavato, tradotto in venti lingue, se ne vendettero cinque milioni di copie. Anche il secondo, Mondo senza sole, riscuoterà un enorme successo.

 

 

Cousteau durante le riprese del film «Il mondo del silenzio»

 

 

Quei film non facevano solo scoprire le bellezze del mondo sommerso. Permisero di sfruttare le ricchezze dei fondali. Senza il contributo di Cousteau, sarebbe stato impossibile estrarre il petrolio dal Mare del Nord.

Quelle strepitose immagini erano la punta più visibile di un iceberg tenuto a galla dalla scienza e dalla tecnologia dell’esplorazione subacquea.

Nel 1963, insieme a Jean de Wouters, Cousteau mette a punto una macchina fotografica subacquea chiamata Calypso-Phot, che sarà in seguito brevettata dalla Nikon con il nome di Calypso-Nikkor e quindi Nikonos.

In collaborazione con Jean Mollard crea l’SP-350 un sottomarino biposto che raggiunge la profondità di 350 metri. Nel 1965 ripeterà l’esperimento con altri due veicoli che si spingono fino a 500 metri.

 

 

Picture 004

 

 

Ecologista della prima ora

Il prestigio acquisito gli permette gesti spettacolari che riscuotono successo e gli fanno guadagnare in popolarità. Nell’ottobre del 1960, quando viene a sapere che un grosso quantitativo di scorie radioattive dell’Euratom sta per essere scaricato in mare, mobilita l’opinione pubblica. Il treno che trasporta le scorie viene bloccato da donne e bambini seduti sule rotaie, e rispedito indietro.

L’episodio verrà ripreso l’anno seguente a Monaco durante una visita del presidente Charles De Gaulle al principe Ranieri. Nonostante le precauzioni prese dalla diplomazia franco-monegasca perché il delicato argomento non venisse trattato, fu lo stesso De Gaulle a infrangere il protocollo chiedendo in maniera amichevole a Cousteau di essere gentile nei confronti dei ricercatori nucleari. Al che Le Commandant replicò senza peli sulla lingua: «Eh no, Monsieur le President, sono i suoi ricercatori che devono essere gentili con noi».

 

 

Il Gruppo di ricerche sottomarine (Grs) della Marina francese. Cousteau è il primo a sinistra. Foto scattata nel 1947

 

 

Il coraggioso eroe dei pericolosi tempi moderni non era stato però un campione della Resistenza. Bernard Violet, autore di una biografia «non autorizzata» del Comandante, contesta i numerosi atti patriottici a lui attribuiti. Gli riconosce solo un furto ai danni di una delegazione di fascisti italiani compiuto nel 1941. Ai furori della guerra Cousteau aveva preferito il silenzio degli abissi. E si era rivolto a suo fratello maggiore, Pierre-Antoine, collaborazionista del regime di Vichy, perché gli fornisse lasciapassare e pellicola per continuare a immergersi e girare. Il che non gli impedì di svolgere attività di spionaggio e di meritarsi la Legion d’onore che gli fu appuntata sul petto dallo stesso De Gaulle.

Uomo per tutte le stagioni e di consensi ecumenici, il Comandante riscosse i suoi ultimi applausi planetari nel 1992 quando fu ospite della conferenza mondiale sull’ambiente e lo sviluppo organizzata a Rio de Janeiro dall’Onu. Quell’anno diventò consulente regolare delle Nazioni Unite e della Banca Mondiale.

L’esploratore che non si era mai arreso alla vecchiaia e che si nascondeva alla morte, fu scovato da quest’ultima proprio nel suo ambiente naturale: al centro di un arcipelago di progetti.

Quel giorno, il profeta del Grande Blu e l’instancabile mietitrice se ne andarono insieme a esplorare abissi insondabili da cui nessuno è mai riemerso.

 

 

Jacques-Yves Cousteau (1910-1997)

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