Tiziano Terzani, il viaggio come missione

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testo e foto di Massimo Pacifico

 

 

Dieci anni fa moriva di cancro Tiziano Terzani, grande giornalista e scrittore di (meritato) successo. Lo avevo intervistato e fotografato, a Delhi, nel febbraio del 1995 e G(iuseppe). Alberto Orefice aveva accettato di pubblicare quelle note sulla sua rivista settimanale «È soprattutto», sul numero 29, in edicola il 31 ottobre del 1997. Nel frattempo anche Alberto, inventore e direttore di giornali di grande diffusione come «Gente Viaggi» e «Il Piacere», un gentiluomo cui non difettava mai il sorriso, ci ha lasciati. In memoria di questi amici ho deciso di partecipare ai lettori di «Barnum» l’articolo nel quale Tiziano si dimostrava, lui sì, un preveggente indovino.

 

 

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Per diventare scrittori popolari basta passare trent’anni da corrispondente in Asia a fare le pulci a governi non sempre disponibili a sopportare tale pubblicità. Basta scamparla a pallottole vaganti e a regolari plotoni d’esecuzione. Basta condividere – rincorrendole – spaventose tragedie naturali. Basta cambiare domicilio e lingua ogni lustro. Basta confrontarsi con impegno con religioni e credi diversi. Basta tentare di penetrare i recessi della magia nera, e bianca. Basta descrivere tutto in articoli e libri con un linguaggio semplice e appassionante. Lo sa bene Tiziano Terzani, probabilmente il più noto tra i giornalisti italiani abroad, che ha vissuto dal 1971 rispettivamente a Singapore, Hong Kong, Pechino, Tokyo e Bangkok, e ora vive a Delhi.

Tiziano ha scritto nel ’73 Pelle di leopardo, raccontando a suo modo la guerra del Vietnam, e ha assistito nel ’75 all’arrivo delle truppe comuniste a Saigon. È stato testimone degli orrori di Pol Pot e li ha descritti in Holocaust in Kambodscha; è stato espulso dalla Cina, come ha raccontato ne La porta proibita e ha narrato, quasi in presa diretta, il crollo dell’impero sovietico in Buonanotte, signor Lenin. Ha incontrato presidenti di repubbliche e dittatori, re e capipopolo, diplomatici in marsina e gestori di bettole maleodoranti, attori di primo e terz’ordine e prostitute degli stessi ranghi; piloti di carcasse naviganti e industriali della droga, maghi, indovini e gran sacerdoti.

Ha visto deserti e isole lussureggianti, frequentato palazzi imperiali e luride stamberghe, quartieri esclusivi e periferie scoraggianti e tutto ha puntualmente riportato, mai dimenticando l’ironia fiorentina, per i suoi lettori tedeschi: è corrispondente di Der Spiegel; italiani: Il Corriere della sera pubblica suoi reportage, e angloamericani: i suoi libri sono stati dei bestseller anche in inglese. Ma il successo più grande Tiziano lo ha avuto con l’ultimo dei suoi libri Un indovino mi disse, giunto alla 6a edizione e dallo scorso luglio distribuito, in più di centomila copie, anche in edizione supereconomica. È il racconto dettagliato di un anno vissuto senza mettere piede su un aereoplano, in seguito alla predizione infausta di un indovino cinese.

L’esperienza derivata dalla decisione di assecondare il responso di un veggente che prevedeva la sua morte in caso di trasgressione, si è rivelata l’occasione per compiere un viaggio nella geografia con tempi e mezzi ormai inconsueti al viaggiatore moderno. Non solo, il periodo «a terra» è stato utile a Terzani anche per riflettere sul ruolo contemporaneo del giornalista e sulla triste omologazione culturale della nostra epoca.

Ne abbiamo parlato a lungo e a più riprese, accoccolati sui comodi divani della sua casa di Delhi; sul sedile posteriore della sua Ambassador color panna, e, meno comodamente, lungo le strade della vecchia Delhi, sulla panca condivisa di un risciò condotto all’impazzata da un intrepido pedalatore a tariffa concordata.

 

 

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Cosa ha significato dunque per te l’esperienza di un anno non vissuto pericolosamente? Un anno con i piedi per terra?
Beh, intanto per dodici mesi ho vissuto come fossi un giornalista dell’800, muovendomi in treno e in nave: è stato un anno straordinario perché ho cambiato l’approccio con cui ci si avvicina al mondo. Mai in un aeroporto per ritrovarmi tre ore dopo in tutt’altra parte del globo. Tutto è diventato molto più complicato e molto più bello. Perché dovevo sempre conquistarmi le cose. Dovevo, ad esempio, pagare molti scotti per arrivare in cima a una montagna. Viaggiando con i mezzi di una volta ho riscoperto proprio il valore delle montagne che mi sono riapparse come ostacoli da superare e non come «cose» che uno guarda da un oblò, laggiù in fondo. Lo stesso per quanta riguarda fiumi e frontiere.

Ma tu accennavi anche a un altro viaggio, più interiore.
Si. Ho avuto molto più tempo per pensare a una sorta di mia biografia, a quella di un uomo in crisi col giornalismo, con l’ingiustizia del mondo, con la mancanza di moralità. E per vivere un viaggio nell’animo di un uomo che cerca di aggiungere un po’ di poesia alla routine della sua vita che è diventata ormai abbastanza noiosa.

Beh, non sembrerebbe che tu abbia una vita noiosa.
Ma sì, sai, alla fine anche le avventure si ripetono. Sono fatte molto di una successione di taxi, aeroporto, aereo, albergo, aria condizionata, taxi, albergo, aria condizionata… L’anno raccontato nel mio libro mi ha rimesso a giro con la gente che di solito non vedi più. Quelli che viaggiano con le scatole di cartone legate con lo spago, carichi di bambini, nei vecchi traghetti o su treni del tutto speciali. Ho fatto per esempio il tragitto da Saigon ad Hanoi sul treno che si chiama l’Espresso della Riunificazione, dai cui finestrini vedi un Vietnam che nessuno riesce più a vedere perché la gente si sposta ormai anche lì in aereo.

Già, proprio come i giornalisti.
Che sono quasi costretti a fare un mestiere diventato sempre più banalizzato, più elettronico, più superficiale come pretende la televisione. Meno male che ho scoperto questo canale dell’occulto, questo ultimo rifugio del fascino della vecchia Asia. Di posti dove ci si sposa ancora, si danno dei nomi ai figli, si costruisce la casa, si decide il giorno in cui partire per un viaggio o fare un colpo di Stato in base a criteri che non hanno niente a che fare con la logica, ma piuttosto con l’astrologia, con la misura del rapporto tra l’acqua e il vento e quello della tua ora di nascita con le stelle. O dove si ha ancora il tempo per meditare. Io sono finito in un ritiro buddista in Thailandia dove il maestro è un ex agente della Cia. Cose che da noi, in Italia, non hanno più occasione di succedere.

 

 

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Ma ti senti ormai così tanto straniero?
Non proprio. Io sono fiorentinissimo. Eppure quando ero bambino mia madre mi portava a giro per le colline e vedevo quelle belle ville che invidiavo da morire. Domandavo: «Ma chi ci sta qui?» E ci stava sempre uno scrittore inglese, un pittore tedesco, una vecchia signora americana. Allora sin da piccolo mi son fatto l’idea che per godersi davvero Firenze bisognava essere uno straniero e di conseguenza ho investito la mia vita a diventare uno straniero per poter un giorno ritornare a Firenze e godermela.

La stessa situazione di privilegio di straniero però tu l’hai avuta nelle città che ti hanno ospitato.
Sì, anche se la mia vera professione è quella dell’evaso. Perché sono sempre scappato da tutti i posti in cerca di qualcos’altro e la verità è che sono scappato in Asia alla ricerca di quell’Asia che poi mi è scomparsa tra le mani. In quella dove sono arrivato trent’anni fa c’era ancora dell’ideologia e resisteva ancora il mito, l’altro, tutto ciò che io non ero, che non conoscevo. Ora tutta quell’Asia è omologata. Ha digerito, col complesso d’inferiorità impostole dall’Occidente, il modello di modernità che crede sia quello occidentale. E allora diventa tutto eguale.

È questo che ti ha spinto dunque in India, il paese meno omologato di tutti i grandi paesi asiatici?
Sì, sono venuto qui a cercare l’ultima spiaggia in cui forse qualcuno resiste con uno scudo di spiritualità vecchia a questa ondata di materialismo che sta spazzando via il resto del mondo.

Pensi che sia solo un fatto di spiritualità e non, invece, un fatto politico? Il tentativo sempre perseguito dell’India di presentarsi come portavoce o leader dei paesi non allineati?
La politica non esiste più. È pura amministrazione. Non ci sono grandi personaggi che pensano. Anche in questo Paese la volontà politica è quella di diventare come tutti gli altri. Il problema è che c’è ancora una resistenza al livello dei villaggi, se vuoi, di un Paese nel quale l’85 per cento degli abitanti non partecipa per niente alla liberalizzazione. Che non beve la Coca-Cola che è stata reintrodotta in India con grande fanfara. Quando sono arrivato era pieno di cartelli pubblicitari con slogan che dicevano «We are happy to be back». Per chi? mi domando. Nei villaggi non c’è l’acqua potabile. Si beve dell’acqua marcia e si introduce la Coca-Cola. Per fortuna qui c’è ancora tanta di quella gente che ti passa accanto con una luce negli occhi, con una follia, se vuoi, che sembra sapere, come dice Angela, mia moglie, qualcosa che noi non sappiamo. Se potessi da vecchio tornare in Europa sapendo un minimo di quelle cose che loro conoscono e noi no, e che li rende così sereni, sarei ben contento.

 

 

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Sarà questo che rende da noi così di moda le filosofie orientali e che ha provocato tanti proseliti alla pratica del buddismo?
Può ben darsi. Certo noi abbiamo bisogno di riscoprire i piccoli sentieri della conoscenza occulta dopo aver imboccato l’autostrada della scienza che ci ha fatto tralasciare per esempio la pratica e l’esercizio della mente, il più grande strumento che abbiamo e che non esercitiamo mai. Facciamo la ginnastica per non farci crescere la pancia, ma non ci diamo da fare con la mente. Pure i mistici del cristianesimo non facevano altro che questo. Bisogna allora fermarsi e ripensare anche il nostro passato per rivalutare certe cose che abbiamo buttato a mare affidandoci completamente alla scienza e ai nuovi strumenti del sapere, lasciando impoverire l’uomo.

Ma ci deve essere un fascino in tutto ciò, perché i Paesi asiatici di grande cultura non sembrano mostrare remore ad abbandonare i risultati di migliaia di anni di civiltà per scimmiottare l’Occidente.
È il problema del sottosviluppo asiatico. Cinesi e indiani con la loro cultura e la loro tradizione, dovrebbero avere il coraggio, la forza di coscienza, di cercare soluzioni asiatiche ai loro problemi. Non capisco perché vogliano dare soluzioni europee ai loro problemi asiatici. Quando vedo un cinese con la cravatta mi viene da vomitare. Quando vedo che un popolo che ha inventato tutto un modo di vivere, di fare all’amore, di leggere, di far da mangiare, di divertirsi, d’un tratto butta all’aria tutto per copiarci mi sento male. Mi fa pensare molto un paese come la Cina che ha rinunciato persino al modo di abitare in quelle belle case con i cortili, che ora vengono distrutte, per costruire delle case popolari come quelle di Abbiategrasso. La Cina questa? No, un Burundi, una Paese senza Storia. Non dico che debbano rimanere poveri, ma cerchino un modello confacente alla loro tradizione. Non sono certo inferiori a noi.

 

 

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Nelle grandi città asiatiche dove hai abitato certamente ti sarai sentito meglio in alcune e peggio in altre. Dal libro «Giorni giapponesi» di tua moglie Angela sembra che l’esperienza di Tokyo non sia stata troppo positiva.
In Giappone quello che ci ha distrutto è stato il doversi adattare alla società giapponese che è una grande gabbia, un’enorme prigione in cui ognuno è un povero disgraziato in una camicia di forza che è quella dei piccoli spazi e dove i ruoli sono talmente definiti per cui ognuno deve giocare il suo e nessun altro. Questo ci pesava. Noi avevamo sempre il ruolo degli stranieri. Pensa che siamo stati in quel Paese cinque anni. Quando siamo arrivati avevamo un amico, conosciuto anni prima, durante la guerra del Vietnam, e siamo ripartiti che avevamo ancora solo lui, pur avendo avuto contatti con centinaia di persone. Si può vivere bene in Giappone solo se non si ha la pretesa di penetrarlo. Molti stranieri che dicono di amarlo, amano in verità solo la vita che quel paese permette loro.

E Bangkok?
Bangkok è invece una città gradevolissima. Non a caso abbiamo deciso di viverci dopo il Giappone. Avevamo bisogno di riposo, di sole. In quella città tutto è un massaggio: dal clima ai rapporti umani non complicati. Certo anche lì ormai molto è prostituito al turismo, da una grande percentuale delle donne, alle spiagge. Pure ci sono ancora tante isole da scoprire che non sono ancora ridotte come Ko Samui e Pukhet. Per esempio Ko Cian, verso la frontiera cambogiana o Ko Thau, al sud, vicino alla Malesia.

A Delhi come ti senti?
Qui d’un tratto ti ritrovi a vivere come almeno cento anni fa. Bisogna combattere con tanti piccoli problemi quotidiani, ma basta cambiare la propria mentalità. Cioè se ti metti in testa che tutto deve funzionare, che il fax deve ricevere messaggi, che l’acqua ci deve essere, allora impazzisci.

Ma come fa allora un giornalista che ha tempi e scadenze da rispettare?
Ah, niente, fortunatamente i giornali ti considerano un po’ perso in India, per cui se non ti trovano, se il telefono non risponde, prima o poi ci fanno l’abitudine. Come ce l’abbiamo fatta noi. Ogni giorno c’è qualcosa che non funziona. Prima correvamo sempre ai ripari: «chiama l’operaio, cerca l’autista...». Ora la prendiamo così com’è. Perché bisogna capire il tempo indiano. Poi c’è la mancanza di quello che noi consideriamo il privato che qui praticamente non esiste. Ci sono persone che ti piombano in casa alle otto di sera. «Passavamo di qui!» e, siccome si pretende che il telefono non funzioni, nessuno si perita di provare a telefonare e arriva, si siede e chiacchiera per due ore. Ma questo è il bello perché qui si ha il tempo per i rapporti umani. Una cosa che da noi abbiamo perso.

E cosa ti aspetti da questa nuova esperienza?
Un’altra delusione naturalmente. Quando andrò via dall’India, l’India che oggi vediamo così misteriosa e unica e diversa non ci sarà più.

 

 

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Dunque se hai avuto tante delusioni devi essere pieno di rimpianti.
No. Rifarei tutto. Mi sono arricchito molto. Non parlo di denaro, ma di esperienze naturalmente. Ho visto cose che oggi certo non esistono più. Cancellate dall’industria del turismo, che, se potessi, abolirei. Il passaporto dovrebbe essere un privilegio. Mi viene sempre da pensare come doveva essere bello il tempo in cui si viaggiava con un biglietto da visita e con la raccomandazione di qualcuno. Oggi, invece, tutti pretendono di sapere tutto. C’è un tale avvelenamento da informazione che provoca in tutti l’impressione di aver capito tutto e in verità alimenta una terribile incultura e una terribile ignoranza. Allora quello del giornalista è ormai un mestiere nel quale io mi sento un rinoceronte bianco, una stirpe in via d’estinzione: mi dovrebbero mettere nel libro rosso. Una volta aveva senso: tu andavi là dove gli altri non andavano. Oggi là dove vai tu, vanno tutti. Mi chiedo se lo fanno con la stessa com/passione che era parte del nostro mestiere, che era un modo di vivere, l’unico che mi sembrava possibile. Io ho tentato di fare l’avvocato a Firenze e mi annoiavo da morire. Ho tentato di fare il dirigente dell’Olivetti e mi vergognavo di andare in giro con la cravatta a dire sono il dottor Terzani. Mi sono inventato l’unico mestiere che sembravo in grado di sostenere. E che forse ha ancora un senso, nonostante la televisione che trasmette immagini a colori di avvenimenti sui quali io arriverò solo parecchie ore dopo, quando riesco a dire qualcosa che la macchina da presa non coglie. A Kobe, dopo il terremoto, ho fatto un pezzo per spiegare come i giapponesi col loro atteggiamento estremamente disciplinato in fondo mi impedivano di commuovermi della loro miseria. Dei lettori mi hanno mandato dei fax per ringraziarmi di averli aiutati a capire. Sono cose così che mi danno la forza di continuare.

Condivido la tua posizione sui grandi mali provocati dal turismo di massa, ma credo che il nostro sia un atteggiamento troppo elitario.
Certo. Non mi vergogno di dirlo. Io sono pagato per fare quello che gli altri pagano per fare. Un privilegio enorme. Che a volte costa, come quando stavo per rimetterci le penne. Però è chiaro che siamo una élite. Una élite per giunta che, in maniera democratica, sta scomparendo perché la democrazia, contro la quale ormai io scrivo pezzi da folle in cima alla montagna, appiattisce tutto. La democrazia aveva senso quando in una piazza di Atene si votava se andare a fare la guerra contro Sparta o no, e chi votava per andare a fare la guerra poi ci andava. A rischiare la propria vita. Oggi voti su un simbolo o su quello che un disgraziato in piedi su una cassa di arance ti dice di voler fare del mondo, senza che tu lo capisca perché poi il mondo è così complicato. E la cosa più terribile è che oggi proprio perché uno deve essere votato, vengono votati solo i mediocri. Solo la mediocrità affiora. Se uno avesse delle grandi idee, che per essere tali devono essere impopolari, non verrebbe mai eletto. Per cui la democrazia è l’elogio della mediocrità.

Tu chi faresti viaggiare allora?
Quelli che non possono fare nient’altro. Quelli per i quali il viaggio è una missione.

Beh, sai l’industria turistica è anche una fonte di lavoro per tanti.
È una delle più funeste, perché non solo distrugge la cultura, ma distrugge i Paesi. L’indifferenza del videoregistratore gratta via la magia alle cose. Ma, in verità, pensaci, non hanno anche i nostri palazzi e le nostre chiese perso parte della loro misticità nel loro essere grattati da miliardi di persone?

 

 

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