Waterloo, duecento anni dopo

Waterloo, la collina artificiale con il leone eretta per commemorare la vittoria degli alleati contro Napoleone il 18 giugno 1815

 

di Diego Marani

La battaglia di Waterloo in verità non si combatté a Waterloo ma a Mont-Saint-Jean, un piccolo borgo due chilometri più in là. E fu solo l’ultima di quelle tre battaglie che oggi portano lo stesso nome. Quatre-Bras, Ligny e Waterloo: ai punti avrebbe vinto Napoleone, che aveva sconfitto i prussiani a Ligny e fatto patta a Quatre-Bras. Ma l’ultima era la bella e l'imperatore si fece soffiare di poco la vittoria.

A Waterloo aveva stabilito il suo quartier generale il duca di Wellington, la piovosa vigilia di quel 18 giugno 1815 che segnò la fine dell’impero napoleonico. Il condottiero inglese aveva dovuto fare una marcia forzata per raggiungere i suoi alleati che venivano dalla Germania. Oggi a Waterloo ci si arriva in autostrada, all’uscita 23 della tangenziale di Bruxelles.

È un grazioso sobborgo, famoso per i suoi campi da golf, i suoi tennis club ed i suoi mercatini domenicali. Ma se lungo la chaussée che l’attraversa si sente ancora parlare inglese non è perché qualche fuciliere del 28° reggimento «Gloucester», dopo aver resistito alla cavalleria del generale Ney, si è installato da queste parti ed ha aperto un pub. Ma perché nelle lussuose ville qui attorno vengono ad abitare molti degli americani che lavorano nelle multinazionali di Bruxelles. Attratti dal nome storico che per loro suona come per noi le Termopili o Maratona, non vedono l’ora di mandare una cartolina oltre oceano.

 
La fattoria del Caillou in una foto dei primi Novecento

 

Il campo di battaglia c’è ancora tutto, anche se oggi ci passano sopra un’autostrada e una strada statale. Il resto sono prati e campi, boschetti di tigli e pioppi, attraversati da qualche tratto di pavé dove tengono le loro gare i ciclisti della domenica. Come tutte le grandi tappe della storia che fecero l’Europa, anche Waterloo non poteva trovarsi che in Belgio, terra di nessuno e di tutti, troppo famosa per le sue insistenti piogge. E se Napoleone in quel giorno di giugno perse la sua più importante battaglia fu anche per questo. A causa della pioggia il terreno era impraticabile, i cavalli si impantanavano e l’imperatore non riuscì a dispiegare in tempo la sua artiglieria.

La sera del 17 giugno si era fermato nel bel mezzo della campagna, alla fattoria del Caillou, una povera bastida fangosa che oggi ospita un piccolo museo di parafernali napoleonici, fra cui la maschera funeraria del despota: i macabri olandesi fondatori del museo l’hanno fatta venire appositamente da Sant’Elena. Wellington invece stava all’asciutto nella palazzina di Waterloo che oggi porta il suo nome e dove c’è il suo museo: trasuda vittoria da tutti gli intonaci, dai trofei e dagli stendardi.

C’è anche la sua biblioteca, che occupa tutta una stanza. Si era portato da leggere, il generale. Forse temeva di annoiarsi a Waterloo. Ma quella sera fatidica aveva schierato le sue truppe nelle fattorie della Belle-Alliance, di Hougoumont e della Haye-Sainte in posizione strategica lungo la strada. E da qui in poi la battaglia diventa un gioco dei quattro cantoni delle fattorie, tutte ancora oggi esistenti e visitabili.

 
La fattoria del Caillou è oggi un museo

 

Nel giro di 24 ore, prussiani, inglesi, olandesi e francesi turbinarono nel fango del Brabante vallone, espugnando e poi di nuovo perdendo una fattoria dietro l’altra. Il 18 giugno ogni cinque anni si può assistere alla ricostruzione in costume della battaglia. Con qualsiasi tempo, duemila figuranti in uniformi dell’epoca discendono i prati di Plancenoit e di Lasne convergendo verso la Butte du Lion, la collina artificiale di 45 metri che celebra il trionfo dei confederati. Ed è proprio di lassù che conviene andare a vedere la ricostruzione storica, sotto il leone di 28 tonnellate fatto colare dagli olandesi nel 1826 per ricordare il luogo dove il principe d’Orange fu ferito mentre dava il colpo di grazia alla Vecchia Guardia napoleonica.

Guarda verso la Francia, il leone d’Orange, e una leggenda dice che sia stato forgiato con i cannoni abbandonati dai francesi nella battaglia. Il 18 giugno, fin dalla mattina presto, i patiti delle guerre napoleoniche si radunano nei prati attorno alla collina. Aprono i cofani delle loro auto e ne tirano fuori sciabole, giustacuore, caracò ornati di alamari, paramani, berrettoni di pelo, tutto in rigoroso stile 1815. Si infilano stivaloni speronati sopra i pantaloni di tricot, cui le loro solerti mogli danno un’ultima lucidata. Poi imbracciano il fucile, bevono ancora un goccio di caffè dal thermos e vanno a schierarsi con i loro compagni d’arme di sempre. O con i loro nipoti. Perché l’hobby del figurante in Belgio si tramanda da una generazione all’altra e bisogna esservi stati iniziati da piccoli.

 
Due figuranti mentre si preparano a una ricostruzione della storica battaglia

 

La ricostruzione dura tutto il giorno, come la vera battaglia. Bisogna arrivare presto per occupare le postazioni migliori e godersi lo spettacolo. I bambini arrampicati sulle spalle dei loro papà, riconoscono ora il duca di Wellington con la sua feluca, che lavora allo sportello cambi del Crédit Communal, ora il generale Ney, benzinaio di professione, che dall’ultima volta ha messo su un po’ di pancia e fa fatica a montare a cavallo. Napoleone esce dal bistrot un po’ in ritardo. Si è attardato a fare colazione con Blücher.

Il prussiano ha tempo: lui arriva in scena solo alla fine. Ma Napoleone no: attacca subito. Allora bisogna portarlo in macchina fino alle sue truppe e caricarlo in fretta sul suo cavallo prima ch arrivi la troupe della televisione. Ai piedi della Butte du Lion si incontra il «chemin creux», la pista su cui si lanciò la cavalleria francese nell’ultimo, disperato attacco alla fanteria inglese. La si può seguire in una bella passeggiata fra i campi che costeggia un torrente e arriva fino al bosco di Ohain.

Accanto alla fattoria della Haye-Sainte si può visitare il museo della battaglia, con un grande plastico, impolverato ma efficace, che descrive lo schieramento delle truppe. Vicino alla scala che porta in cima alla collina, un piccolo padiglione circolare ospita una grande tela che raffigura i momenti salienti della battaglia. C’è anche un museo delle cere. Ma è più divertente la gente che vi si trova dentro che le sette statue sbiadite. Oggi c’è una gita del circolo anziani di Blankenberge. Una vecchietta con la tela incerata sulla messimpiega si fa il segno della croce prendendo il museo per una cappella e le statue dei condottieri per qualche santo messo lì alla rinfusa. Un bambino francese insistentemente chiede al papà che non gli risponde: «Insomma, ma qui abbiamo vinto o abbiamo perso?».

Camminando lungo i campi, a poca distanza dalla strada che porta a Bruxelles, si incontrano vari cippi e targhe che commemorano i grandi ufficiali di ogni esercito caduti sul campo, le gesta degli Hannover, l’eroismo di uno sconosciuto capitano dei Nassau. Nessuna però racconta di quel pomeriggio di primavera del 1999 quando una grande fenditura si aprì nell’erba fradicia e la collina cominciò a smottare sotto la pioggia, sfaldandosi come un castello di sabbia. Rimase transennata per mesi e il leone degli Orange rischiò di ruzzolare nel fango a capofitto. A Waterloo, alla fin, fine è sempre la pioggia che vince.

Monumento agli ultimi combattenti della Grande Armée (L'Aquila ferita)

 

Waterloo mette in crisi l'Ue: il Belgio conia una moneta da 2,5 euro
 
Bruxelles voleva celebrare l'anniversario della battaglia con una moneta con corso legale da 2 euro, ma Parigi ha posto il veto che è stato poi aggirato con un sotterfugio

La Francia ha vinto una battaglia, ma la guerra, alla fine l'ha vinta il Belgio che nonostante le resistenze di Parigi ha presentato la moneta celebrativa della vittoria di Waterloo da 2,5 euro. Insomma a 200 anni di distanza la sconfitta di Napoleone fatica ancora a essere digerita oltralpe. E così per difendere l'orgoglio nazionale la Francia ha posto il veto alla richiesta di Bruxelles di coniare una moneta con corso legale da 2 euro. I belgi, però, non si sono persi di animo e con un sotterfugio sono riusciti ad aggirare il veto.

 

La moneta della discordia

 

La moneta, che vede raffigurata la celebre collina sormontata dal Leone d'Orange e gli schieramenti militari, ha valore nominale di 2,5 euro ma sarà venduta al prezzo di 6 euro. Inoltre, è stata poi coniata un'altra moneta commemorativa da 10 euro, venduta al prezzo di 42 euro, dove è raffigurato il profilo di Bonaparte e due scene della battaglia, con il Duca di Wellington che riceve la notizia dell'arrivo dell'esercito prussiano in aiuto e Guglielmo d'Orange ferito alla spalla.

Un colpo basso per i francesi che, in una lettera inviata dal governo all'Ecofin, avevano sottolineato l'inopportunità di una moneta da due euro di uso corrente in quanto la battaglia Waterloo, in cui morirono 55mila persone, resta un «simbolo negativo», rischiando di suscitare «reazioni avverse» tra i transalpini, per altro in un momento in cui i governi europei stanno facendo sforzi per «rafforzare l'unità» dell'Eurozona.

«Abbiamo avuto un piccolo problema con i nostri vicini francesi, per cui la battaglia sembra ancora essere un tema molto delicato oggi», ha ironizzato il ministro delle finanze belga Johan Van Overtveldt nel presentare ufficialmente il pezzo da 2,5 euro, «e abbiamo ritenuto non valesse la pena avere un incidente diplomatico».

Dal 18 al 21 giugno, a Waterloo, sono previste manifestazioni e commemorazioni ufficiali per l'evento storico. Saranno presenti le famiglie reali di Belgio, Olanda, Gran Bretagna e Lussemburgo, mentre la Francia ha fatto sapere che invierà un «alto rappresentante». (La Repubblica, 11 giugno 2015)

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